Ligabue nei suoi anni migliori

Radiofreccia – Luciano Ligabue, 1998

Radiofreccia era uno di quei film per cui, da adolescente, provavo un connubio di attrazione e repulsione. Da buon neo-metallaro, avevo imparato a disprezzare – anche un po’ forzatamente – Ligabue, ma pur non essendo ancora così sviluppata la mia passione per il cinema e per i film di questo tipo in particolare (poi spiegherò che tipo) mi ripetevo che casso, vederlo non mi avrebbe fatto male. Così, una quindicina d’anni dopo, l’ho recuperato.

Ho fatto bene. Nonostante sia Stefano Accorsi il protagonista, non è nato tutto da una sua idea, ma dal libro Fuori e dentro il borgo, scritto dallo stesso Ligabue. È uno di quei film che, nonostante racconti la storia di cinque amici legati dalla passione per il cazzeggio e la musica rock – siamo nel 1977 – è meglio guardare da soli. Il rischio di guardarlo in compagnia, infatti, è quello di apparire troppo sensibili alla malinconia che ogni tanto salta fuori, e di non sembrare abbastanza virili agli occhi dei propri compari. Tutto dipende da quanta reputazione avete ancora da difendere, o se non v’importa niente di farlo.

Radiofreccia mi è piaciuto, intendiamoci. Ma in tanti anni di attesa a non leggerne, non sentirne parlare e a costruirmelo da me in testa, avevo nutrito delle aspettative che sono state in parte deluse. Il film si apre col simpatico delirio di un personaggio, che impareremo a conoscere poi. Parla di ritmo, di tempi morti che ci sono nella vita vera e non nei film – ma in questo film ce ne sono. Sarò stronzo – lo so, ho cercato di costruirci su la mia identità di blogger – e forse avrei dovuto smettere di guardare il film al primo tempo morto che ho incontrato. Ho perseverato, e in fondo ne è valsa la pena.

Non per la colonna sonora – me l’aspettavo e l’avrei gradita più presente e – orrore – con più hit di Ligabue, non per la fotografia, non per la sceneggiatura brillante o il montaggio memorabile. Per la malinconia. Perché in fondo, anche se adesso non gli riesce più come negli anni ’90, Ligabue non era male nel capire che quando ascoltiamo la musica, o quando siamo noi a raccontare una storia, in fondo vogliamo tutti la stessa cosa: che qualcuno condivida e ami le nostre debolezze.

2 pensieri su “Radiofreccia – Luciano Ligabue, 1998

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