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Dal libro al film: Before I go to sleep

Before I go to sleep è un romanzo pubblicato nel 2011 da S.J.Watson, dal quale il regista Rowan Joffe ha tratto un film nel 2014. Parla di una donna che, dopo aver subito un trauma cerebrale grave, perde la memoria dopo ogni notte di sonno: ogni mattina, si risveglia credendo di avere più o meno vent’anni.
Come accade troppo spesso, soprattutto per bocca di chi non conosce esattamente come funziona un film, potrei dire che il libro è meglio: l’impressione superficiale, infatti, potrebbe essere quella, soprattutto avendo visto il film dieci minuti dopo aver finito di leggere il libro.

Riflettendo e confrontando i due racconti, però, posso concludere con sicurezza che il libro non è meglio: è solo diverso. Entrambe le versioni di Before I go to sleep sfruttano bene le caratteristiche della carta, da una parte, e della pellicola dall’altra, ed entrambe soffrono di alcuni difetti che le due forme di espressione portano con sé. Un’anticipazione brevissima? Il libro sembra troppo lungo e a tratti è ripetitivo; il film, al contrario, cresce troppo velocemente e deve racchiudere in pochissimo spazio un sacco di informazioni – quasi tutte antefatti. Se guardate il film senza aver letto il libro, però, potrebbe sembrarvi un thriller discreto. Il problema principale sarebbe continuare a immaginare Colin Firth vestito come il re d’Inghilterra.

IL LIBRO. Il romanzo sfrutta la forma del diario che la donna, Christine, scrive ogni giorno per raccontarsi la sua stessa giornata. Un’auto-romanzo epistolare, potremmo chiamarlo. A ricordarle di scrivere è il dottor Nash, che le telefona ogni mattina e che – senza giri di parole – la sta usando come cavia per una nuova terapia. L’ultima spiaggia perché Christine possa ricordare qualcosa, in pratica: rileggere ogni giorno la sua storia e stimolare la sua memoria.
Questo espediente narrativo è molto utile per aumentare la foliazione del libro e raccontare tutti gli antefatti che dovremmo conoscere. Siamo anche un po’ disposti ad accettarlo: è il diario di una che soffre di amnesia e le ripetizioni sono giustificabili, ma stancano comunque. Soprattutto se consideriamo l’accelerazione che la storia subisce nell’ultimo terzo.

IL FILM. Ciò che un film deve fare, quando racconta un libro di 400 pagine (in edizione tascabile) è tagliare. Before I go to sleep sullo schermo è molto più leggero perché alcuni dettagli – nel libro fondamentali – vengono omessi, ma la narrazione fila comunque. La routine quotidiana con la quale Christine (Nicole Kidman) apprende chi è e cosa ci fa lì è comprensibilmente racchiusa in un paio di spiegone velocissime, perché è più giusto concentrarsi su come si arriverà alla fine della storia. Il diario, infine, è sostituito da una videocamera su cui Christine si registra e si riguarda ogni mattina. È meglio del libro? Peggio? No, è solo il modo più logico per trasporre un romanzo sullo schermo. Avremmo preferito la solita voce narrante che accompagna, una dissolvenza dopo l’altra, un mucchio di pagine scritte a mano?

INFINE. È comprensibile restare delusi dopo aver visto ridurre 400 pagine in 90 minuti, ma è una delusione superficiale. Deriva dal fatto che il ricordo del libro è ancora troppo vivido e ci siamo affezionati, non essendo disposti a accettare che non possiamo accostare due forme di comunicazione così diverse senza prima comprendere le regole che seguono. In questo caso particolare, il libro e il film si equivalgono. Si lasciano guardare e ci incuriosiscono sinceramente, ma – si sa – la memoria, prima o poi, archivia o cancella per far posto ad altro.

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