fargo-recensione

Fargo – Joel & Ethan Cohen, 2014

Se avete visto Breaking Bad – anche solo le prime due stagioni, diciamo – non potrà sfuggirvi che la trasformazione di Walter White è tanto imprevedibile e ben scritta quanto quella di Lester Nygaard in Fargo. Docili, remissivi, anzi proprio sottomessi – soprattutto Lester – e poi lucidissimi, spietati, svegliati entrambi dalla violenza che non sono più riusciti a trattenere dentro di sé.

Fargo – parlo della prima stagione, in questo momento – è prodotta da Joel ed Ethan Cohen, è ispirata al film omonimo del 1996 e racconta di una catena di omicidi avvenuti nel giro di un anno. La colpa è di un serial killer che, a prima vista, non sembra tanto uno psicopatico ma solo una versione un po’ eccentrica di un everyman. Ma forse è proprio per questo che riconoscere uno psicopatico non è semplice.

Andando dritti al punto, ci sono alcune cose che Fargo fa molto bene:

1. ciò che manda avanti la storia, apparentemente, è il caso, che si manifesta sotto forma di coincidenze, di errori. Ma se un racconto andasse davvero avanti per caso, o per inerzia, non sarebbe veramente avvincente: quelli che io chiamo errori, in realtà, sono svolte narrative che emergono esattamente un attimo prima del previsto, quando stiamo iniziando a temerle: la morte della moglie di Lester, per esempio, o l’ennesima trasformazione di Lorne Malvo (il serial killer di pocanzi);

2. ciò che succede sullo sfondo, o ciò che pare nascosto, molto spesso, è importante tanto quanto o più di ciò che accade in primo piano. È divertente, è realistico ed è figo (scusate l’aggettivo generico) guardare una scena pensata con molta profondità di campo, o anche una scena come questa;

3. ciò che ci tiene davvero col fiato sospeso è il montaggio inter-episodi, la distribuzione delle informazioni tra una puntata e l’altra, che avviene come se non ci fosse altro modo per raccontarle. I flashback non sono annunciati o particolarmente desiderati. Sono come la mano finale di una partita a scopone scientifico, in cui se il primo giocatore cala la sua carta innesca una reazione che, a partita finita, costringe gli altri a guardarla a ritroso e capire che – torniamo sempre ad Aristotele – non c’era nessun altro modo di giocare. Se il giocatore ci sa fare, intendiamoci.

La foto in evidenza proviene dall’archivio Wikimedia.

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