The-Young-Pope-recensioni

The Young Pope – Paolo Sorrentino, 2016

L’uscita di The Young Pope, che – coincidenza? – è avvenuta nei pressi del decimo anniversario dalla messa in onda di Boris, non poteva non farmi pensare: Il giovane Ratzinger si è avverato. Chissà se Paolo Sorrentino, che pure si è prestato a un cameo in Boris, avrà deciso proprio grazie alla serie e al film di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo di imbastire quella storia. Non poteva non essere all’altezza di René Ferretti e di Machiavelli.

Superata la sorpresa divertita iniziale, non è facile farsi delle aspettative su una serie diretta da Sorrentino che ha un papa come protagonista. Dobbiamo cercare qualche punto di riferimento, per non arrivare completamente nudi alla prima puntata: scomodare Habemus papam? This must be the place? Il divo? La grande bellezza? Possiamo aspettarci la flemma e la riflessività, l’introspezione un po’ ostentata tipiche del regista napoletano, per di più trasposte in un ambiente che non ama prendersi troppo in giro come la Chiesa cattolica?

Sarebbe lecito, ma per fortuna non li ritroviamo che in minima parte. Più che la poetica di Sorrentino, paradossalmente (lo ammetto, sto estremizzando), The Young Pope può ricordarci House of Cards: anche qui ci sono arrivismo, ostentazione del potere, strategia mediatica più che politica e un attore protagonista straordinario (Jude Law). Ma c’è anche uno humour neppure così sottile, che caratterizza soprattutto i personaggi interpretati dagli attori italiani (Silvio Orlando e Gianluca Guidi, per esempio); un senso dell’umorismo meno aristocratico (passatemi l’espressione) e più mediterraneo di quello che potevamo scorgere talvolta in Youth.

Torniamo però a House of Cards: The Young Pope, infatti, non è altro che il racconto delle insicurezze che un capo di stato importantissimo deve affrontare, prima essendo stato eletto contro i pronostici, e poi scontrandosi con i fantasmi che, da adulto (per quanto young) continuano a inseguirlo. Pio XIII, al secolo Lenny, è spietato come Frank Underwood, circondato da lacchè e disposto a sacrificare quasi tutto per realizzare la sua idea di Chiesa reazionaria, severa, come piacerebbe al Foucault di Sorvegliare e punire e come in effetti è sempre stata, anche nel passato più recente. Ama riempirsi la bocca di frasi pompose, memorabili, è un megalomane – ma quale capo di stato, e quale papa, non dovrebbe esserlo per ricoprire questa carica?

The Young Pope è satira, spiazzante, irriverente, probabilmente apparirà un po’ blasfema ai clericali (ai credenti, non credo), ma è un racconto televisivo che – spero di non sbagliarmi – racconta il Vaticano come nessuno aveva ancora fatto. È pieno di cultura pop, dalla passione per il Napoli del segretario di stato Voiello (Silvio Orlando) alla cover di All Along The Watchtower, che accompagna i titoli di testa (non sempre uguali, attraverso gli episodi: anche questa è una licenza infrequente e gradita). Se nessuno di questi motivi fosse stato sufficiente per convincervi a guardare The Young Pope, guardate anche solo la prima e l’ultima scena della serie. Buona visione.

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