13_Reasons_Why

13 (Thirteen Reasons Why) – Brian Yorkey, 2017

Non è possibile ignorare che il numero 13 evochi più di qualche inquietudine, sia nella cultura americana sia in quella cattolica (quindi americana anch’essa). Un numero poco fortunato, che in genere non lascia spazio al futuro delle storie in cui si ritrova. Succede così anche in Thirteen Reasons Why – o TH1RTEEN R3ASONS WHY, quest’ultimo sì un titolo-logotipo così sfacciatamente e adolescenzialmente ammiccante che quasi vien voglia di non guardare la serie solo per quello.

Se però non ci fermiamo al titolo ma guardiamo almeno la prima puntata, vorremo vedere subito anche quelle successive: ci accorgiamo che Thirteen Reasons Why assomiglia molto a una serie che incaselleremmo in un ipotetico genere college-teen-disneychannel-drama, ma che da questo mostro si differenzia per alcuni aspetti fondamentali. Procediamo con ordine.

Thirteen Reasons Why è la storia di Hannah Baker, una ragazza di 17 anni che decide di uccidersi, non prima di aver registrato sei audiocassette e mezzo: ogni lato è dedicato a una delle 13 cause del suicidio, da ascoltarsi in ordine cronologico. Il protagonista è Clay Jensen, ignaro destinatario delle cassette, che vive a ritroso insieme a noi la vita di Hannah, mischiando e schiarendo i suoi ricordi alla luce di un presente troppo pesante da digerire.

Si tratta di una serie rivolta principalmente agli adolescenti ma scritta da persone mature e, di conseguenza, adatta anche a un pubblico più adulto: un po’ come i film d’animazione della Pixar, che riesci a goderti senza sentirti in colpa anche dopo i 10-15-20-30 anni, e così via. Si guarda con molto trasporto come ragazzini e poi, col passare degli episodi, ci si distacca quanto basta per mettere insieme tutti i pezzi del racconto, scorgere qualche citazione cinematografica ormai immortale, forse involontaria (un corpo in una piscina è per forza Viale del tramonto, una vasca piena di sangue è subito Dexter) andare oltre la nostalgia degli anni trascorsi a scuola e prenderla (con le pinze, sia chiaro) come una sorta di documento socio-antropologico su che cazzo succede nella testa dei liceali americani (immagino che non siano molto diversi dagli altri “occidentali”: faccio bene?). Un effetto simile potevamo riscontrarlo anche in Elephant, con l’eccezione che il fulcro di quella storia era l‘omicidio di massa.

Il fulcro di Thirteen Reasons Why, evidentemente, è un’altro. L’ultima tessera di un mosaico che, forse, sarebbe rimasto incompleto per sempre: è solo l‘insieme delle tredici ragioni che non lascia scampo ad Hannah, che progressivamente stringe il cerchio intorno a Clay, illuso di non avere anche lui un ruolo nella morte dell’amica. Ogni personaggio co-protagonista di un episodio ce l’ha, e per merito della sceneggiatura ogni episodio sembra l’ultimo giorno di vita di Hannah. Certo, capita il momento in cui pensiamo che si stia esagerando, che Hannah se la sia un po’ cercata e che i toni scivolino talvolta nel melenso (qualche flirt in meno, forse, avrebbe reso più discreta e credibile la storia, che comprime un paio d’anni in poco più di 10 puntate).

Quello che salva definitivamente la serie dal mostro college-teen-disneychannel-drama di cui sopra, però, è una scelta nemmeno tanto implicita. Ci lamentiamo che i social media stanno rendendo i rapporti sociali faccia a faccia più radi, meno profondi e sinceri? Più volatili e frenetici? Bene, torniamo all’analogico. Carta e penna, nastro, o bicicletta, auto quasi d’epoca. Troviamo il modo di rallentare ed essere noi a dare un senso e un ruolo agli strumenti che usiamo per raccontarci, senza farcene sopraffare. Certo, anche le cassette erano il male, paragonate al vinile, così come i cd lo sono stati per le cassette, gli mp3 per i CD, e via dicendo. Ma rappresentano quel passo indietro, l’allontanarsi da un flusso di eterno presente, la volontà di interrompere, di storicizzare. Di capire e lasciarsi capire, oltre che farsi notare.

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