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La morte corre sul fiume – Charles Laughton, 1955

La morte corre sul fiume, o più precisamente The Night of the Hunter: è il solo film che Charles Laughton abbia firmato come regista. L’attore inglese ha lavorato con tanti cineasti di paesi e generazioni diverse, spesso dallo stile e dai metodi molto lontani tra loro: Stanley Kubrick e Alfred Hitchcock, forse avvicinabili l’uno all’altro per il livello paranoico di attenzione con cui crescevano le loro creature; Billy Wilder e Otto Preminger, eclettici euro-hollywoodiani che sono riusciti a far breccia nel fondamentalismo produttivo degli studios; ma anche Jean Renoir, Jules Dassin, Erich Pommer, Alexander Korda… La morte corre sul fiume, inevitabilmente, amalgama un po’ dell’uno e un po’ dell’altro – ma non è possibile isolare quando e come l’altro arriva e l’uno se ne va – ed è un capolavoro, pur con oltre sessant’anni sulle spalle. Talvolta si percepiscono tutti, ma non possiamo fargliene una colpa.

L’invadenza e la puntualità con cui la musica anticipa e sottolinea certi passaggi narrativi, per esempio, oggi ci farebbe sorridere: arriva il cattivo, parte il trombone con la scala del diavolo; il buono si riposa e il flauto accompagna i riflessi del sole sull’acqua. Fondali che spiccano dietro un’auto ferma, in cui il volante si muove troppo, primi piani davvero lunghi, dissolvenze incrociate infinite: li sopportiamo volentieri. Perché la storia (sceneggiata da James Agee e tratta dal romanzo di Davis Grubb) non perde il suo fascino.

In breve, il predicatore Harry Powell (Robert Mitchum) è in carcere per furto d’auto. Il suo compagno di cella, Ben Harper, è dentro per aver provocato la morte di due persone durante una rapina. Prima di essere arrestato, però, riesce a nascondere il bottino e a rivelarne il nascondiglio ai figli piccoli John e Pearl, facendo promettere loro di non rivelarlo a nessuno. Una notte, Harry riesce a estorcere a Ben qualche informazione: non il nascondiglio della refurtiva ma chi sa quale sia, attraverso una citazione biblica: e un bambino li condurrà… Uscito di prigione, Harry s’intrufola nella famiglia di Ben, deciso a recuperare quei soldi. Il resto è una caccia al tesoro, in cui il cacciatore è tanto ammaliante quanto spietato, tenuto sulla corda da John – da solo contro di lui e a tratti anche la sorellina, più ingenua e sensibile al fascino del nuovo padre. Il suo carattere è sintetizzato dalle scritte LOVE e HATE rispettivamente sulle dita della mano destra e sinistra (anche Martin Scorsese e Spike Lee, tra gli altri, ne sanno qualcosa). Dai chiaroscuri nettissimi che colpiscono la sua figura. Dalla sua faccia doppia e tostissima, e dall’apparente tranquillità con cui fischietta all’orizzonte, al chiaro di luna, mentre risale il fiume.

Attori a parte, ciò che La morte corre sul fiume fa benissimo è alternare momenti di tensione e distensione, usare inquadrature che raccontino l’atmosfera della caccia e della fuga, dare il senso di come John e Pearl siano due animali in trappola, far percepire la stanchezza che aumenta e la resistenza psicologica che comincia a scarseggiare. Per quanto sia ovvio, il fiume è un modo icastico per esprimere questi sentimenti. Sfugge ma non è dispersivo come il mare: puoi metterci giorni e giorni, ma se segui il corso sai sempre dove stai andando. E sai che, restando su quella rotta, potresti essere raggiunto. The Night of the Hunter: opera prima, opera unica.

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