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Scusate il ritardo – Massimo Troisi, 1983

I film di Massimo Troisi riescono a metterti tranquillo e a tuo agio come pochi, e Scusate il ritardo non fa eccezione. Storie di uomini comuni nei loro difetti più diffusi, nelle frustrazioni quotidiane, nelle sfortune di tutti i giorni ma soprattutto nell’arte di arrangiarsi e superarli. A piccoli passi, per contraddizioni e tra tante brevi risate sommesse, l’unico personaggio che lega tutte le opere di Troisi ci confida in modo tragicomico le ansie di un giovane adulto, come lo chiameremmo adesso. La sua storia, in fin dei conti, è una vita sola raccontata in momenti diversi, in mondi paralleli.

Questa volta il giovane adulto si chiama Vincenzo, è disoccupato e deve fare i conti con un fratello ingombrante, attore affermato, e con l’amico Tonino (Lello Arena) che gli piange continuamente addosso le sue pene d’amore. La routine s’interrompe (sic) a un funerale, dove Vincenzo incontra Anna (Giuliana De Sio), un’ex compagna di scuola della sorella. Cerca di farsi notare in tutti i modi, improvvisandosi l’umorista che non è e sfoderando il repertorio tipico di Troisi: timidezza ostentata, che talvolta lo induce a straparlare e talaltra lo ficca in dei silenzi imbarazzanti. Da questo momento in poi, il film è una cronaca semiseria della relazione tra i due, le cui gioie e i cui problemi si ritrovano e vengono riflessi indirettamente dai rapporti con gli altri personaggi: ognuno di essi nutre sentimenti contrastanti verso gli altri, umani, ma prima d’ora Vincenzo non aveva mai provato quel sentimento – e le reazioni che ne derivano – nei confronti di una donna.

Poca azione, molti dialoghi verbosi, forse più vicini alla vita reale che al realismo di una conversazione di un film, certamente lontani – per fortuna – da una finzione letteraria che rischia sempre lo stereotipo, quanto più si avvicina alla commedia e a quella romantica. Tanti luoghi comuni (non nell’accezione negativa, ma in quella “da vocabolario di retorica”) sul maschio italiano, rivisitati con ironia e leggerezza. Montaggio e fotografia invisibili, quasi piatti, completamente subordinati alla trama, e qualche battuta memorabile, nella sua semplicità logica: meglio cento giorni da pecora? Meglio un giorno da leone! O forse cinquanta giorni da orsacchiotto…”.

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