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Dead Man Walking – Tim Robbins, 1995

Il terrore negli occhi di suor Helen quando varca l’ingresso della prigione e guarda in faccia Matthew Poncelet è anche il nostro, che non possiamo non entrare in empatia con lei (Susan Sarandon) ma, contemporaneamente, anche con lui (Sean Penn). Entrambi i personaggi, infatti, si pongono l’uno nei confronti dell’altro come ognuno di noi avrà fatto almeno una volta nella vita: ostentando una sicurezza che non appartiene loro, provando con tutte le forze ad apparire più duri e tranquilli di quanto non siano. Helen non ha mai visitato una prigione, non si è mai trovata a pochi centimetri da un assassino, ma di lì alla fine del film dovrà passare accanto a lui la maggior parte del suo tempo: Matthew l’ha scelta come guida spirituale e spera che lei lo aiuti, almeno all’inizio, a dimostrare che assassino non è.

I drammi giudiziari sembrano avere spesso una marcia in più di altre storie genericamente drammatiche, per usare una definizione che non vuol dire nulla ma che tutti comprendiamo. Cercare l’innocenza di chi viene accusato ingiustamente, sperando di trovarla, muove gli animi di personaggi e spettatori anche in maniera violenta. Philadelphia, Il ladro (The wrong man), La parola ai giurati (12 angry men) – questi ultimi due, curiosamente, annoverano entrambi Henry Fonda tra i protagonisti – sono solo pochi dei capolavori che rientrano in questo genere e che condividono con Dead Man Walking un’attentissima gestione della suspense, comunque diluita su più di 100 minuti, e che usano senso di colpa, risentimento e rancore senza calcare troppo la mano. I loro eroi devono crescere, arrivando a un passo dalla dannazione ma senza lasciarsene ammaliare fino in fondo. Devono imparare a conoscere e a convivere con una parte di sé che non credevano di possedere (Matthew) o che credevano non avrebbero mai dovuto mostrare a nessuno, se stessi compresi.

Due sono le maniere, entrambe molto efficaci, in cui Dead Man Walking tormenta i due personaggi: la prima è indugiando su controcampi e allargando i silenzi, sempre filtrati da una grata, una porta, un cancello, un vetro infrangibile che enfatizzano le distanze – volute o no – tra gli interlocutori, e che si fanno più sfocati quanto più aumenta l’intimità. La seconda è facendo riemergere il passato un breve flashback dopo l’altro, quel tanto che basta per incuriosirci e quel poco che basta per non spiegar tutto e uccidere la sospensione dell’incredulità.

P.s.: bastano 3 sequenze a fare di questo film una storia da non perdere: il primo, il penultimo dialogo tra Helen e Matthew e i minuti finali. Andate a recuperarlo!

2 pensieri su “Dead Man Walking – Tim Robbins, 1995

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