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Veloce come il vento – Matteo Rovere, 2016

Un po’ ha paura per me, un po’ ha paura che non corra abbastanza. La summa del rapporto tra un padre che, dai box, deve incitare la figlia a correre più degli altri, ma che le ha insegnato una guida così pulita che vincere non è poi tanto facile. Veloce come il vento che al massimo ti riempie di foglie la veranda ma non ha nemmeno la forza di sbattere porte o finestre. Giulia non può limitarsi a sollevare la polvere: deve farla mangiare agli avversari, deve sbattere quelle cazzo di porte, deve vincere il campionato Gran Turismo. Perché altrimenti perderà tutto: la casa, la fiducia in se stessa. Il padre l’ha appena perso.

Morto un padre non se ne fa un altro, ma non è sostituirlo la cosa più difficile: è liberarsi delle eredità scomode, che ci sembrano acquisite e pensiamo siano necessarie, e accettare invece quelle bastarde che, nella loro apparenza nociva, sono proprio ciò che ci permetterà di sopravvivere. Loris è una di queste: fratello tossico di Giulia, ex pilota tornato a casa perché, finché il padre era vivo, non poteva più metterci piede. Loris e Giulia, insieme col fratello più piccolo Nico detto Allegria e con la fidanzata di Loris ancora più magra e tossica di lui, sono costretti a vivere gli uni accanto agli altri, in una casa troppo piccola già occupata da una passione comune e un passato familiare complicato e ignoto. Ignoto e meno male, perché così possiamo immaginare il miglior compromesso tra la nostra curiosità e le necessità della storia.

Veloce come il vento è un romanzo di formazione che usa i motori per guidare la storia. Dire che assomiglia a Fast & Furious è farli un torto grave, perché:

  • Veloce come il vento è scritto benissimo: i dialoghi non sono sopra le righe più di quanto non debba concedersi un film sulle corse, e la storia ha un ritmo – quando e come compaiono i personaggi nella narrazione, e soprattutto perché – che non ti consente di distrarti, di guardare o solo di accorgerti che il cellulare ha squillato, e non solo se il film lo stai guardando dal computer. La maturazione di Giulia e la” redenzione” di Loris, ritardate per accrescere il desiderio di notarle, o i dettagli che compongono il cambiamento di Allegria: fateci caso;
  • Veloce come il vento è anche ripreso / composto benissimo: tutte quelle inquadrature, quei dettagli che ti aspetti da un film del genere ci sono ma raramente diventano stucchevoli – tranne, forse, qualche viaggio dentro il motore quando non si annuncia nessun’esplosione. E poi, sgasare dentro e tifare perché Giulia superi i 200, obiettivo che pochi di noi hanno mai raggiunto, ci fa bene;
  • Veloce come il vento è montato benissimo: di nuovo, convenzioni del genere a parte, forse è proprio lontano dalla pista e dagli inseguimenti che il montaggio – quando si taglia e quando s’indugia – si fa apprezzare di più, perché non c’è una differenza di cura e scelte espressive tra sequenze girate in interni, in esterni, con o senza umani in campo.

Non è un film – come mi pare di ricordare per buona parte della saga di Fast & Furious – in cui i dialoghi, per esempio, sono montati in modo piatto, solo perché è necessario che ogni tanto qualcuno parli. In questo caso, sono i silenzi e i controcampi i momenti fatidici: fateci caso.

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