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Due serie firmate Amazon da guardare

A un’occhiata distratta il servizio di streaming di Amazon per film e serie TV appare ancora povero di contenuti – pensiamo solo al catalogo americano di Netflix. Quello che ci troviamo dentro, però, è un biglietto da visita disegnato con sagacia. Parlo solo delle serie TV, in questo momento: c’è la commedia adolescenziale; il thriller fanta-storico (firmato Philip Dick, però); una serie che non pare avere precedenti o caposcuola, anche se piacerà ha chi ha seguito Modern Family oppure, per esempio, Due uomini e mezzo (sì, Due uomini e mezzo); la tragedia nerissima su quello che gli anglofoni pronunciano ballèi… Tutto compreso nei 20 euro all’anno di abbonamento ad Amazon Prime. Paperback illustrati e compresso a più non posso, se bastano 20 euro ogni 12 mesi per goderseli all’infinito.

Entro nel merito: ho guardato attentamente due serie spalmate su tre stagioni: The Man in the High Castle e Flesh ‘n’ Bone. La prima è tratta dall’omonimo romanzo di Philip Dick, come dicevo poco fa, tradotto in italiano – felicemente, lo ammetto – come La svastica sul sole. La domanda alla base del racconto è: come sarebbe il mondo se i nazisti – e di conseguenza i giapponesi – avessero vinto la guerra? Limitandosi ai soli Stati Uniti d’America, Dick immagina la costa del Pacifico in mano ai giapponesi, il versante orientale e la maggior parte dell’entroterra sotto il controllo dei tedeschi e un corridoio al centro, largo quasi quanto il Messico, in cui la parola neutrale è sinonimo di far west. Protagonisti sono Juliana Crain (Alexa Davalos) e Joe Blake (Luke Kleintank), rispettivamente una ribelle degli Stati del Pacifico e una spia nazista che sono costretti a incontrarsi e poi a separarsi, tra una bugia a fin di bene e una verità che suona sempre troppo sadica.

La cosa più gratificante di The Man in the High Castle è immaginare, una volta tanto, gli Americani dominati e umiliati da qualcun altro, per bocca di uno stesso americano. Rivincite infantili a parte, la verosimiglianza fanta-storica di quest’universo parallelo è icastica ed è il motivo principale per rimanere a guardare svastica e sole che si fanno ombra a vicenda. Sembra incredibile come tre mondi così diversi – nazisti, nipponici e la land of the free – possano assomigliarsi tanto, escluse differenze apparentemente superficiali come lingua, abbigliamento o carnagione. Quando c’è una guerra in corso, calda o fredda che sia, superbia e avidità riescono ad accomunare come nient’altro.

L’universo parallelo di The Man eccetera, però, prevede una via di fuga: la terza stagione, speriamo l’ultima, dovrebbe mostrarcela e rispondere a tutte le domande ancora aperte. Dovremmo capire chi sono i buoni, i cattivi e quanto grigio c’è tra gli estremi.

La seconda serie di cui voglio parlarvi, Flash ‘n’ Bone, mi ha lasciato meno entusiasta di quanto avrei desiderato dopo aver visto la sequenza dei titoli di testa. Non c’è nulla che l’incipit non anticipi, che non rappresenti in nuce tutte le ossessioni che troveremo: raccontare la danza classica scansando gli stereotipi non è facile, motivo per cui è saggio puntare sull’esagerazione, sul grottesco, cancellando lentamente quello che di umano – disperazione a parte – rimane nei personaggi. Così aveva agito Darren Aronofsky in Black Swan, che Flesh ‘n’ Bone ricorda come concetto – l’ossessione per il balletto, appunto – ma meno nei toni, nel concreto della narrazione, più incentrata sui fantasmi familiari e sulla scoperta fin troppo esplicita che, per diventare prima ballerina, devi 1) drogarti 2) la devi dare 3) devi sorridere falsa alle tue colleghe infide – è davvero così in ogni scuola di danza?

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Nonostante questi eccessi un po’ smorzati e prevedibili – non possiamo pretendere che ogni buona storia non abbia legami con il genere che sceglie o che rappresenta – Flesh ‘n’ Bone è una serie TV da guardare perché, soprattutto grazie alla fotografia e al montaggio, riesce e comunicare gli stati d’animo dei personaggi, le atmosfere e le illusioni che nascono sul palcoscenico e muoiono sul divano, telecomando nella mano destra e qualsiasi altra cosa nella sinistra.

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