oscar-2017

Chi e perché ha vinto agli Oscar (o è stato almeno candidato)

Qualcosa lega una buona parte dei film che l’Academy ha candidato agli Oscar per il 2017. Molti di loro toccano nervi scoperti della Storia americana, momenti e situazioni che non importa quanto tempo sia passato: rimangono scoperti.

Raccontato come documentario in 13th, spalmato sulle centinaia di minuti di O.J. Made in America, sussurrato o declamato, il tema del razzismo non potrà mai slegarsi dalla Storia degli Stati Uniti. Nemmeno da quello dell’Europa, certo, ma gli USA hanno sempre imposto più platealmente e cinematograficamente al resto del mondo la loro identità, esportando quindi in maniera più massiccia tutti i loro difetti – che, in realtà, hanno le radici negli europei che l’hanno colonizzata…
Dopo l’elezione di Donald Trump tutto è diventato più evidente, ma non c’è nulla che non avesse già attraversato i governi precedenti, anche quello di Obama. Le discriminazioni, mediamente, non diminuiscono, e sono sempre usate per crearne di nuove, per aumentare le distanze tra i poveri che si fanno guerra continuamente.

La La Land of the free
Sono caratteristiche comuni a tutto il primo – e in parte anche al secondo – mondo, non dovremmo stupircene così. Colpisce comunque, però, la presenza così abbondante di film i cui protagonisti sono dei reietti, come se proprio in occasione delle cerimonie più seguite in tutto il mondo, l’America sfoggiasse con l’orgoglio più inconsapevole la propria anima bipolare – o forse autocritica? Ribadire, ad alta voce, che non è esattamente la la land of the free che crede e vorrebbe essere, ma che nonostante ciò è così maturata da essere in grado di consegnare degli Oscar a dei neri – non attori bianchi truccati da neri.

Nel racconto del razzismo, però, una storia come O.J. Made in America, spiega che la discriminazione può essere usata anche dallo stesso reietto contro se stesso – O.J. Simpson non era esattamente un reietto, semplicemente perché il talento nel football e l’essere ricco possono far passare in secondo piano il fatto che tu sia nero. Se fossi un avvocato nero chiamato a difendere un cliente che è molto probabile sia un assassino, cercherei di nascondere e manipolare le prove della sua colpevolezza, enfatizzare gli errori nelle indagini – microscopici di fronte agli argomenti pretestuosi della difesa – e dichiarare che “lo state accusando solo perché nero”? Ben sapendo di contare sull’appoggio di una comunità molto incazzata, spesso realmente maltrattata dai bianchi; sporcando di sangue le sue legittime rivendicazioni sociali e trasformando un processo per omicidio in una farsa? Sì, se sono al servizio di un calcolatore come O.J.

Volendo eccedere e forzare un po’ il discorso, possiamo sostenere che un po’ di “razzismo” attraversi anche Arrival: diffidenza per il diverso, in realtà giunto per aiutarci, farci un regalo, e difesa armata fino all’ultimo della propria terra (ereditata da una violenza, meglio ricordarlo). Il fucile viene sempre prima della comprensione, mascherato da difesa o prevenzione.

Non possiamo dimenticare Fences, sia perché il regista e protagonista Denzel Washington è spesso stato icona cinematografica dell’anti-razzismo, sia perché la stessa opera teatrale racconta come quelle barriere razziali (fences, appunto, tradotto anche come recinto, staccionata) abbiano scavato un solco tanto profondo nella vita di un uomo che non è più possibile coprirlo, nasconderlo, anche solo perché suo figlio cresca in un’atmosfera almeno apparentemente serena.

E allora chi ha vinto gli Oscar, o almeno è stato candidato? L’America, come sempre. Chi ha perso? La stessa America, che tiene per sei giorni alla settimana la casa chiusa, sporca e al buio, e riordina tutto in fretta e furia solo quando arrivano gli ospiti.

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