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American Pastoral, dal libro al film

L’esordio alla regia di Ewan McGregor è un esercizio molto rischioso. American Pastoral, infatti, è l’adattamento per il cinema dell’omonimo libro di Philip Roth: la storia di Seymour, ebreo di Newark (cittadina del New Jersey, a pochi chilometri da New York), che da ragazzo è l’idolo della scuola, bello, atletico e intelligente com’è, mentre da adulto vuole solo realizzarsi in una vita conformista e rassicurante. Il sogno americano di “vivere dove vogliamo”, di possedere un lavoro stabile, una bella macchina, una moglie ancora più bella e una figlia tanto promettente, sembrano a portata di mano, finché il contrappasso di un’adolescenza invidiabile si abbatte sullo Svedese.

American Pastoral è un testo in cui sono raccontati molti pensieri, in cui spesso la narrazione è interrotta da spiegazioni, flussi di (in)coscienza che scivolano in dialoghi, e non si ha mai la certezza che quelle parole siano state espresse davvero. Per chi ha letto il libro, la prima metà del film sembrerà troppo frettolosa, quasi vuota: un trailer troppo lungo, un lungometraggio cui mancano intere sequenze. I personaggi crescono troppo in fretta, gonfiati anche dal doppiaggio enfatico e da un intreccio appiattito, che pretende di spiegare nei primi minuti qualche antefatto di troppo – particolari che, saggiamente, nel libro erano stati serbati per le ultime pagine.

Un adattamento, però, è fatto di scelte, e in questo caso si è deciso di lasciare più spazio al rapporto tra Seymour Svedese Levov, Dawn e Merry, piuttosto che alla cornice d’ironia e disincanto entro la quale Philip Roth ambienta la storia. Padre, madre e figlia vivono qualche anno di felicità ma Merry frantuma tutto con una violenza che cresce insieme a lei, adolescente sinistrorsa prima e terrorista poi. La domanda cui il film risponde con poca profondità è proprio questa: come si è sviluppato in Merry il sentimento di protesta, degenerata in violenza indiscriminata?

Soffermarsi di più sul periodo in cui lo Svedese era adolescente, avrebbe permesso di disegnare chiaroscuri più sfumati e credibili, ma purtroppo il cambiamento complesso e contraddittorio di Merry è liquidato in poche battute, due o tre litigi con i genitori davanti alla televisione accesa e un boccone sputato nel piatto. Provando a indovinare il sentimento con cui Ewan McGregor potrebbe essersi avvicinato a questa storia, azzarderei che sia voluto rimanere fedele il più possibile ai fatti, trasporli sullo schermo anche sfrondandoli di quella complessità che rendeva il racconto affascinante e magnetico, nel modo in cui prima costruisce un ritratto di famiglia così lucente e dettagliato e poi lo sfigura senza pietà. Scenografia, costumi e fotografia ci illudono, ma non bastano.

Immagino di non avere alcun diritto a prendere per vero quello che credo sia stato il ragionamento del regista, ma è necessario partire da un’interpretazione: più fedele, forse, sarebbe stato raccontare anche una parte brevissima del romanzo: il pranzo con la famiglia Orcutt, per esempio, o la serie di dialoghi tra Seymour e Merry, quando New York e Newark sembrano così lontane. Più fedele di una giustapposizione di scene non sacrificabili, di una pagina in meno da filmare.

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