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Hugo Cabret – Martin Scorsese, 2011

Hugo Cabret (semplicemente Hugo in inglese) è un film che puoi guardare se sei un cinefilo o uno spettatore occasionale, uno che si compiace nell’analisi della fotografia, degli effetti speciali o della sceneggiatura, e in ogni caso avrai tanti motivi per non restare deluso, anzi. Ma se il cinema lo conosci già un po’… Tratta dal libro The invention of Hugo Cabret di Brian Selznick, la pellicola ripercorre a tutta velocità, giocando con il tempo e i ricordi, il primo decennio della storia del cinema e lo racconta vent’anni dopo, quando c’è solo la Prima Guerra Mondiale a fare da spartiacque tra due epoche: il muto e il sonoro, il cinema degli illusionisti e il fermento dello studio system.

Il protagonista è Hugo, un orfano che vive nell’orologio della stazione Gare Montparnasse di Parigi. Suo padre era un orologiaio, come suo zio, ma la morte di entrambi lo costringe a rifarsi una vita di espedienti. La stazione ferroviaria, però, non è il posto peggiore in cui sarebbe potuto capitare: Hugo può trovarsi da mangiare, vivere in un ambiente che gli dia l’illusione di essere meno solo e soprattutto procurarsi ciò che più del cibo e più dell’illusoria compagnia di negozianti e passeggeri gli è necessario: gli ingranaggi per riparare un automa di metallo, l’unico ricordo del padre.

La fonte alla quale si rifornisce, però, sarà anche il posto che causerà tutti i suoi problemi, che a loro volta lo spingeranno sempre più in là nel viaggio tra i suoi ricordi, l’eredità del padre e i sogni arrugginiti di un vecchio e burbero giocattolaio. Georges Méliès. Ma che fine ha fatto Méliès, nel 1930, quando tutti lo credono morto in guerra e non si riesce a trovare una sola copia dei suoi capolavori di magia, montaggio, artigianato?

I film sul cinema, che nascano da sceneggiature originali o da adattamenti, spesso hanno una marcia in più, rispetto agli altri (questa è l’opinione discutibile di un cinefilo): ti spingono a riflettere su ciò che vedi e sul perché te lo stanno mostrando proprio in quel modo. Ti stuzzicano a trovare riferimenti nella storia del cinema, a capire se sono solo delle ostentazioni o se sono inseriti per bene nel racconto. Nel caso di Hugo Cabret niente è gratuito: possiamo anche ammettere di essere di fronte a un esercizio di memoria e di stile divertito, ma c’è di più: se in Hugo non rivedo lo spaesamento e l’inadeguatezza di Edmund non è un peccato grave perché l’obiettivo primario – entrare in empatia con lui e gestire a fatica l’impazienza del cosa succede dopo, è raggiunto senza trucchetti, senza cliffhanger da due soldi. Non importa troppo se non riconosco Scorsese, mimetizzato tra i personaggi, o se non mi torna in mente Harold Lloyd appeso all’orologio più celebre del cinema muto. Posso “accontentarmi” della suspense, della familiarità immediata che suscita il luogo protagonista della storia, la stazione, dei suoi colori caldi e della confusione gioiosa à la Un americano a Parigi. E del finale che ci ricorda come un pizzico di testardaggine in più possa aiutare a riscrivere la Storia (del cinema, questa volta).

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