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Tre storie di morte – 1

Per bilanciare l’atmosfera natalizia che invade i nostri cuori dalla prima domenica di Avvento all’Epifania, ho trascorso buona parte del mio tempo libero dicembrino a nutrirmi di storie di morte. Ho guardato la serie tv American Horror Story – Freak Show, rivisto l’anime Death Note e letto Il simpatizzante, di Viet Thang Nguyen, che non potrà non piacere agli appassionati di cinema, di Vietnam e di catastrofi artificiali utili solo per finire un film. Sono tre storie così diverse tra loro che non avrebbe quasi senso affiancarle. Oppure, per lo stesso motivo, può essere molto utile capire in quanti e quali modi la morte può essere protagonista e cambiare faccia con tanta disinvoltura.

American Horror Story – Freak Show (Brad Falchuk, Ryan Murphy, 2014) è la quarta stagione della serie, e come ogni altra nasce e muore nei suoi stessi confini: la trama non ha alcun legame con le serie precedenti e successive, accomunate soltanto dalla presenza di alcuni tra gli attori. È ambientata in un circo specializzato in freak show, spettacoli dove storpi di ogni sorta si esibiscono per un pubblico borghese avido di stranezze ripugnanti. Donne siamesi, nani, microcefali, donne barbute: il debito principale e dichiarato di Freak Show, che se ne erge quasi a “espansione”, è inevitabilmente Freaks (Tod Browning, 1932): leggetevi quest’articolo, molto acerbo ma comunque non così male. Inquadrature quasi identiche in momenti cruciali, stessa protagonista e stessi conflitti, aggiornati e adattati a un discreto gusto splatter, fanno di Freak Show una sorta di long remake, un prodotto indipendente che può godersi anche chi non ne conosce l’origine e sia semplicemente attratto da metafore molto crude della quotidianità.

Death Note (Tetsurō Araki, 2006) è un anime nipponico del 2006, tratto dal manga omonimo del 2003, e ha tutto quello che un fumetto, animato o no, dovrebbe avere: un’idea forte e leggermente surreale, in modo che mito e fantascienza si possano integrare senza smagliature nella vita vera, e un protagonista idealista, che sappia farci immergere in poco tempo e poco spazio in desideri e paure che non abbiamo il coraggio di affrontare da soli (più i desideri che le paure). La premessa, però, va accettata senza remore. Un giorno, un ragazzo di nome Yagami Light trova nel cortile della scuola un death note, “quaderno della morte”. Basta scriverci su il nome della persona che si vuole uccidere e questa morirà.

Il simpatizzante, infine, è l’epopea struggente – ma raccontata in modo spesso semiserio – di un doppiogiochista vietnamericano. Spionaggio, romanzo di formazione e immaginario mini-diario di lavorazione di Apocalypse Now: anche nel Simpatizzante la morte gioca un ruolo fondamentale ma diverso da quello che riveste in Death Note e Freak Show. Tra qualche giorno, diciamo tra il 6 e l’8 gennaio, vi spiegherò perché.

7 pensieri su “Tre storie di morte – 1

    1. Apprezzo molto il tuo consiglio, ma ti chiedo: stai commentando quest’articolo solo per indurmi a cliccare sul link? Hai letto almeno il titolo e qualche riga? Ti è piaciuto o ti ha fatto schifo? Vuoi discuterne? Commentare serve SOPRATTUTTO a questo, e – se sei abbastanza abile – a promuovere il TUO lavoro nello spazio di qualcun altro. Diversamente, non ha senso commentare articoli di altri blogger: si vede a miglia di distanza che non te ne frega niente e che vuoi solo spammare la tua roba.

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      1. Sono incantato dalla dolcezza che traspare da questa replica. E’ sicuramente l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti del prossimo, e sono convinto che ti attirerà molte simpatie. Ti saluto, rinnovandoti i miei complimenti per la tua innata squisitezza. 🙂

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      2. Resta il fatto che non hai risposto alle mie domande, e che leggere l’articolo di qualcun altro, per te, vuol dire solo “trovare il modo di fargli leggere i miei”: ecco perchè è difficile fare il blogger ed essere preso sul serio 🙂

        Consiglio non richiesto: non disperdere i tuoi articoli in valanghe di tag, è controproducente: ne bastano 5-10 (sì, un’occhiata al tuo blog l’ho data).

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      3. Non ho risposto alle tue domande perché volevo evitare di prolungare una conversazione simpatica come un rutto all’aglio. Ad ogni modo, non tutti i miei commenti contengono link al mio blog: di conseguenza, la tua accusa secondo la quale io commenterei solo per racimolare un pugno di clic è infondata.
        Leggo e commento i tuoi articoli da quasi due anni, e in tutto questo tempo avevo ricavato l’impressione che tu fossi una persona diversa. Vabbé, non si finisce mai di imparare. Auf wiedersehen…

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