johnny-guitar-recensione

Johnny Guitar- Nicholas Ray, 1954

Non è facile trovare un altro western dove un’attrice sia protagonista, e lo sia con la fierezza, i colori e la sensualità di Joan Crawford / Vienna – ma con un po’ di Technicolor e qualche primavera in meno… Non stupisce nemmeno che a mettere in scena una storia come questa sia stato Nick Ray, regista che si potrebbe definire un anti-hollywoodiano comunque a suo agio tra quelle colline. Allo stesso modo in cui potevano esserlo Hitch od Orson Welles, flirtando con una donna che in fondo non stimavano, e che dopo la loro morte si è presa i meriti della loro gloria postuma.

Proprio quella donna, che si tratti di Vienna o che incarni una proiezione della stessa Hollywood che si vende in un modo ma è fatta di tutt’altra pasta, tiene le redini della storia: è proprietaria di un saloon – in quale mondo western parallelo una donna è anche solo presente in un saloon, a meno che non abbia una e una sola funzione? – e dà ordini cui è impossibile disobbedire. Come in ogni storia che voglia davvero imprimersi nella mente – e in altri parti del corpo tra le più innervate –, anche Johnny Guitar va avanti grazie alla più grande debolezza di Vienna: appunto quel Johnny Guitar (Sterling Hayden) che, dopo averla sedotta e abbandonata cinque anni prima, torna adesso a reclamare il suo amore. Conosce la natura femminile, Johnny, ma non calcola di cosa possa essere capace una donna indurita dalla solitudine – ma non ancora al punto da dimenticare cosa si prova, ad amare.

Non è necessario nascondere che Johnny e Vienna andranno oltre qualche battibecco e ammiccamento; è però necessario sottolineare come tutti gli uomini presenti nel film, compreso Johnny, dipendano completamente dalla volontà, dalla violenza e dai sentimenti contrastanti che esprimono i personaggi femminili: ce n’è solo un altro, l’antagonista – per la verità, un po’ troppo cattiva per essere credibile al 100% – che riesca a stare al passo con Vienna: e meno male, perché – per chiamare di nuovo in casa il vecchio Hitch – è soprattutto merito del cattivo se una sceneggiatura può davvero prendere vita – la sua e quella di quei buoni che, inevitabilmente, devono rimetterci le penne.

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