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Lo squalo – Steven Spielberg, 1975

Spiaggia di sera. Un ragazzo e una ragazza un po’ brilli flirtano e si rincorrono. Lui, però, è cosi andato che non riesce nemmeno a spogliarsi, a raggiungerla nudo sul bagnasciuga e poi in mare. E meno male: poco dopo che si è tuffata e ha assaporato l’ebbrezza di nuotare nature, la ragazza viene maciullata da uno squalo. La spiaggia, però, non si può chiudere: di cosa vivrebbe quella piccola baia, popolata solo d’estate? Meglio curare che prevenire.

Lo squalo comincia così, come quello che oggi ci sembrerebbe un film qualsiasi a metà tra Baywatch e Nightmare (che però sarebbe uscito sono nove anni dopo). Comincia come un qualsiasi blockbuster di serie B, se ne esistono, ma più si va avanti e più è impossibile non notare che, se non fossero esistiti Moby Dick e Il vecchio e il mare, probabilmente sarebbe stato proprio Lo squalo a sobbarcarsi la loro reputazione, il peso che quelle storie di pesci troppo grossi e uomini troppo piccoli – e viceversa – occupano ormai nel famigerato e diversamente indicibile immaginario collettivo. Quello che muove la storia, infatti, non è tanto il sangue, l’isteria di una piccola comunità minacciata da un nemico ancora invisibile: è il contrasto eterno tra l’uomo e quella natura cui pure appartiene, troppo selvaggia; tra l’orgoglio di essere riuscito in imprese ben più difficili di uccidere un pesce e l’incapacità di farlo, adesso. Non conta più che lo squalo sia una minaccia per i bagnanti: e diventato un pericolo per la propria autostima, l’unica cosa – l’unica – che può dare speranza di salvezza.

Per questo motivo Lo squalo può omaggiare Moby Dick, storia di un odio oltremare tra mammiferi, e Il vecchio e il mare, più incentrato sulla resilienza di un uomo vecchio, appunto, ma non ancora stanco di dormire solo per svegliarsi più riposato la mattina dopo. Il trailer merita almeno un’occhiata.

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