de-palma-film-2015-recensione

De Palma – Noah Baumbach and Jake Paltrow, 2015

È insolito, anche se non impossibile e forse anche in parte prevedibile, intervistare un regista non solo così lucido, consapevole del proprio posto nella storia del cinema, ma anche così sicuro della bontà del proprio lavoro – giudizio che, almeno in teoria, spetterebbe a chi guarda i film, non direttamente all’autore.

Brian De Palma, invece, non ha imbarazzi nel presentarsi come parte orgogliosa di quel gruppo di registi che, dalla fine degli anni ’60, hanno svecchiato il cinema americano* partendo con budget spesso irrisori, prima, e poi sono riusciti – spesso – a non annacquare nel tempo la loro originalità, la loro poetica. Anche quando i loro film si sono trasformati in blockbuster.

La caratteristica che De Palma – titolo del documentario e protagonista – sceglie come chiave di lettura di una carriera tutt’altro che monotona, è appunto l’autoriflessione, l’analisi del proprio lavoro in ogni fase della produzione e della post-produzione. Avrà probabilmente giovato a De Palma l’aver montato anche storie girate da altri, che – si suppone – gli avrà insegnato ad avere il distacco necessario di fronte alla moviola e a non innamorarsi troppo di una scena, una sequenza, anche solo un’inquadratura al punto da volerle usare a tutti i costi, anche quando non sarebbe opportuno.

De Palma è quasi estraneo a questo sentimento, che pure emerge a tratti quando ricorda compiaciuto e un po’nostalgico Blow Out. Non è infatti possibile essere così distaccati dal proprio mestiere, quando ti trovi a lavorare con del materiale umano da guardare, plasmare, tagliuzzare e magari anche tradire (That’s a good scream, that’s a good scream…). Non puoi allontanarti così tanto nemmeno quando il tuo lavoro è quello che hai sempre desiderato fare, quando vedi che riesci a sviluppare e continuare – in modo molto singolare – una delle tue influenze primarie, Hitchcock, e mescolarla con la cultura pop, il gusto un po’ sadico per l’ostentazione del sangue. Programmata o solo scoperta dopo aver finito di girare una scena, infatti, la riproposizione di tanti topos hitchcockiani è una delle cose di cui De Palma va più orgoglioso: mi sono caricato sulle spalle un’eredità pesantissima e l’ho attualizzata, lascia intendere nemmeno troppo discretamente: pensiamo a Dressed to Kill o Carrie, per esempio.

Ma non c’è solo Hitch a scandire la carriera di Brian De Palma. Se c’è un’altra qualità che non possiamo non attribuirgli, questa è l’eclettismo, la capacità di variare e di saltare senza cadere da Scarface a Mission Impossible, da Black Dahlia a Casualties of War e Redacted. La consapevolezza della sua stessa duttilità, del sapersi mettere alla prova con tanto o poco denaro, sostegno dei colleghi, fiducia della produzione: De Palma – lo afferma ma lo si capisce anche dalla sua carriera – ha sempre fatto quello che riteneva più vicino al suo modo di vedere le cose.

Avere il controllo totale sui propri film non è sempre una garanzia di successo, ma è di certo un buon punto di partenza, qualcosa da (non stancarsi mai di) raccontare a chi, del cinema, vuole farne un mestiere. Magari, un giorno, sarà ritratto anche lui in un documentario diretto, sincero e senza fronzoli, la cornice migliore per il suo protagonista.

 

*Non è troppo corretto scrivere “quel gruppo di registi”, ma nel link troverete qualcosa di molto più preciso.

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