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Quando hai 17 anni – André Téchiné, 2016

Quando hai 17 anni, sei un figlio adottivo che sta per avere un fratello invece legittimo, sei nero, non vai d’accordo con i tuoi compagni di classe e vivi in una casa fredda e solitaria, arroccata sulle montagne… C’è altro d’aggiungere? Sì, perché il film di André Téchiné, che parte in sordina e si prende molto tempo per farci entrare completamente nella narrazione, riesce con pazienza e decisione a scavalcare gli stereotipi. Se è vero, infatti, che dei buoni protagonisti e antagonisti – Damien e Tom rappresentano entrambi i ruoli, in base alla prospettiva che scegliamo di privilegiare – hanno delle paure e dei fantasmi di cui non riescono a liberarsi, almeno all’inizio della storia, sarebbe scorretto far dipendere lo sviluppo di un carattere solo dal passato, rendendo il personaggio un burattino nelle mani dello sceneggiatore. Proprio qui è la bravura di Téchiné: non si lascia scarrozzare dalla storia ma sa esattamente quando sorprenderci, quando insospettirci e quando confermare o smentire le nostre congetture.

Tom, il bellissimo e timido ex orfano di cui sopra, la mattina va a scuola e il pomeriggio bada alla piccola fattoria di famiglia e alla madre malata. È compagno di classe di Damien, più bravo di lui e capace di reagire alla sua apparente maleducazione e irriverenza umiliandolo davanti a ragazzi e professori. Uno sgambetto, un paio di pugni e gli incontri tra i due compagni diventano – loro malgrado sempre più frequenti e violenti. Coincidenza vuole che Mariane, la madre di Damien, sia anche il medico della madre di Tom, e che proprio Marianne accolga Tom in casa propria, tra l’astio e la gelosia del figlio. Ma non è sempre detto che una convivenza forzata non crei un legame stretto e sui generis

La situazione-tipo del rendez-vous appartiene a Téchiné, per esempio, fin dal 1985 (proprio in quell’anno usciva Rendez-vous, appunto). Un incontro casuale che, reiterato controvoglia, genera un rapporto doloroso non per colpa dei contrasti con l’altra parte ma perché costringe entrambi a scavare dentro se stessi e a smettere di nascondere la propria natura. Si percepisce lo sforzo dei personaggi nella non-ostentazione disperata di quello che sono, allo stesso modo in cui Téchiné usa la macchina da presa solo perché ci sono degli attori sulla scena, e non perché ci sia un cavalletto sul quale montarla o un dolly del quale rendere conto. Le emozioni e le confessioni cui assistiamo sono intense ma raccontate con discrezione, quasi con timidezza, con un uso molto parsimonioso del commento musicale e con un pudore quasi necessario, per dar loro il valore che meritano.

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