cafe-society-recensione

Cafè Society – Woody Allen, 2016

Café Society dev’essere uno di quei film che, un anno sì e uno no, Woody Allen riesce a indovinare – come ammette egli stesso, scherzando ma lasciando sempre intendere che no, è serissimo. Non dobbiamo cercare l’originalità a tutti i costi, non dobbiamo lasciarci ingannare dal trailer e da quella battuta sulla vita scritta da un commediografo sadico, che suona così stucchevole estrapolata dal suo habitat. Possiamo invece essere sicuri di trovare l’ironia che abbiamo imparato ad apprezzare in Allen, smorzata dalla malinconia come succede in Manhattan, per esempio – con cui Cafè Society condivide appunto Manhattan, talvolta addirittura inquadrata nello stesso modo. Possiamo identificarci almeno un pochino con Bobby (Jesse Eisenberg) e Vonnie (Kristen Stewart, ancora impermeabile al ruolo dell’attrice). Il primo viaggia da New York a Hollywood sperando che lo zio Phil (Steve Carell, agente cinematografico) possa trovargli un lavoro nell’ambiente più ambito dei Roaring Twenties; la seconda, “segretaria” di Phil, è ormai disillusa da una vita che, crede, non fa più per lei: è stato divertente aver studiato recitazione, ma quando si cresce certi sogni rimangono confinati nel passato. Qualche tempo dopo, però, storie di Hollywood e della cafè society newyorkese s’intrecciano ancora, lasciando che il passato torni a disturbare il presente – che non aspettava di meglio.

La cosa che prima delle altre si rende evidente, escluso il font dei titoli di testa, è la fotografia di Vittorio Storaro. Volutamente esagerata, come se a qualsiasi ora il sole americano fosse al tramonto, e arancione accarezzasse parquet e qualsiasi altro mobile di legno scuro e caldo, onnipresente in quelle case contemporanee di D.W. Griffith, Fred Astaire e Ginger Rogers, Willie Wyler… In questa cornice possiamo assistere ad alcune scene davvero esilaranti, come il bisticcio surreale tra Bobby e la prostituta timida: merito sia della scrittura – quei dialoghi pensati come continui battibecchi colti per caso dalla cinepresa – sia degli attori, Eisenberg e Carell in particolare, che contribuiscono a ricostruire non tanto l’atmosfera dello studio system, degli anni dai ’20 ai ’40, ma ciò che di quel mondo veniva riflesso e probabilmente distorto nei film di quel periodo. Va bene così, lavorare per sintesi, quindi per eccesso nel pepare dialoghi verbosi e personalità, e per difetto, schiacciando i tempi dell’azione e lasciando che i personaggi rubino uno lo spazio dell’altro; che ricordino a noi la cinefilia di un regista forse discontinuo ma sempre appassionato; che poco più di un’ora e mezzo di film sembri più lunga, ma che – non succede spesso – è stato comunque il modo giusto per spendere una serata in buona compagnia.

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