escobar-paradise-lost-recensione

Escobar. Paradise lost – Andrea Di Stefano, 2014

Di chi è la colpa se quel paradiso di surfisti yankee, che Andrea di Stefano ci racconta nella prima mezz’ora del film, è diventato perduto? Di tutti i complici, in generale, ma in particolare di chi ha acceso la miccia: Pablo Escobar, re Mida capace di trasformare una foglia di coca in milioni di dollari, consenso popolare volontario, consenso politico forzato ma soprattutto sangue. Parecchio.

Escobar inizia in medias res, con una prolessi che ci mostra fino a che punto il boss del narcotraffico colombiano, quindi mondiale, è disposto a sacrificare la famiglia per rimanere in cima al suo impero. Fratello, cugino, cognato, non importa: chiunque entri nell’orbita del boss è destinato – indotto, e non può rifiutarsi – a essere suo complice. Partendo dalla necessaria ascesa politica, dal racconto delle origini umili di un self-made man, la figura di Escobar riesce ad attirare su di sé tutte le attenzioni della popolazione e della stampa colombiana. Questa storia, però, diversamente dalla serie prodotta da Netflix, mantiene Escobar sullo sfondo – per quanto vivido e ingombrante – e si concentra sul rapporto tra Pablo, la nipote Maria e il suo novello sposo Nick. Da yankee ingenuo e ottimista, appunto, Nick impara a rimanere a galla, stretto tra il suo desiderio di vivere una vita tranquilla in un paradiso tropicale, costruire il suo futuro con una dolce e altrettanto ingenua e bellissima indigena, compiacere lo zio acquisito. Un favore dopo l’altro, una prepotenza dopo l’altra, uno sparo dopo l’altro. Quando arriva il momento di fuggire, però – nessuno spoiler, è proprio tra le prime scene del film – potrebbe essere già troppo tardi per farsi coraggio, mettere da parte le comodità di una vita criminale e rischiosa ma agiata, privilegiata.

Escobar, primo film in cui Andrea Di Stefano è regista e anche sceneggiatore, trova una strada diversa per parlare un personaggio molto raccontato, negli ultimi anni: da Netflix, come abbiamo già ricordato, ma anche da molti documentari. Fare qualche passo di lato, prendersi un po’ di spazio e lasciare che lui sia l’antagonista, piuttosto che il protagonista (la sua ombra rimane comunque l’elemento più presente e prepotente sulla scena) aiuta a rendere più umano chi gli ruotava attorno, evitando di tratteggiarlo come poco più che tirapiedi, e a empatizzare di meno con il cattivo. Un buon modo per bilanciare il fascino superiore che il male esercita sul bene e sul lieto fine, sempre.

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