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Lights Out. Terrore nel buio, recensione – David F. Sandberg, 2016

Lights Out è figlio dell’omonimo cortometraggio dello stesso David Sandberg. È un’ottima idea per un corto, sebbene quel paio di minuti giochi in modo tutt’altro che originale – ma a tratti efficace – su quei meccanismi dello spavento, più che della paura vera e propria: luce accesa, tutto bene; luce spenta, ombre fuori luogo, e più accendi e spegni l’interruttore più quell’ombra viene verso di te, senza che tu possa difenderti in alcun modo. Le inquadrature sono poche, quasi sempre fisse, molto vicine a quelle di un film amatoriale: forse si poteva osare qualcosa in più, ma la brevità gioca comunque a favore della storia.

Stirare quest’idea per 81 minuti, aggiungendo un retroterra comune a troppe storie horror e aumentando solo la qualità hardware e fotografica, produce un risultato prevedibile: Lights Out non è sorretto da una sceneggiatura interessante. In quanti film horror c’è una sorta di giustificazione medica alle manie e alle paure dei personaggi, quando invece sarebbe proprio il non conoscerne l’origine a renderle più inquietanti? Quante cliniche psichiatriche o famiglie distrutte ci sono dietro a tanto horror? Non sarebbe almeno il caso di rendere tutto implicito, di lasciar intuire e dubitare di qualcosa al tempo stesso, anziché far luce – sic – su tutto?

Va bene lo spavento del vedo-non vedo, va bene la fotografia coerente con la narrazione ed efficace a deformare i volti anche dei personaggi più positivi, ma questi elementi non bastano da soli ad alimentare l’attenzione di uno spettatore del 2016 – perdonate la pesantezza del predicozzo. Lights Out è un esercizio, ben confezionato, ma effimero, deperibile, a tratti involontariamente comico. Due indizi: Star Wars e il lato oscuro delle luci a raggi UV.

4 pensieri su “Lights Out. Terrore nel buio, recensione – David F. Sandberg, 2016

    1. Certo, proprio perchè è breve e nasconde tante cose, facendo leva sul “buh!”. Mi piacerebbe vederne un remake giapponese, al contrario ti The Ring… lì si che mi cagherei in mano (scusa il francesismo).

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  1. Non sono ancora riuscito a vederlo, ma nonostante la mia attesa messianica, avevo la netta sensazione che diluire in un lungometraggio ciò che di fantastico nella sua banalità c’era nel corto sarebbe stata un’impresa ardua. Vedremo se riuscirò a farmelo andare giù…

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