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The Zero Theorem, recensione – Terry Gilliam, 2013

Il senso della storia raccontata in The Zero Theorem è tutto in una battuta che il “Management” (Matt Damon) rifila sprezzante al protagoista Qoen Leth (Christoph Waltz): gli rimprovera infatti di aver vissuto un presente insignificante in attesa di un futuro improbabile, di una fantomatica chiamata che più Qoen aspetta più invecchia dentro e più si aliena dal mondo. Il risultato di questa frustrazione? Abdicare alla realtà e rifugiarsi nelle proprie fantasie, rese verosimili dall’ossimorica realtà virtuale.

Qoen è infatti un programmatore che “macina numeri tutto il giorno”, cercando di risolvere il “teorema zero”. Non viene specificato di cosa si tratti, non è necessario per un MacGuffin, ma è uno dei due motivi che tiene ancora in vita Qoen, ormai arido di emozioni. Il secondo motivo è l’attesa di una chiamata che possa rispondere a tutti i suoi dubbi e spiegargli il senso di una vita che, per lui, non ha quasi più interesse.

Più che avvicinarsi a tanti classici del mondo nerd-fantascientifico, dove l’enfasi è posta spesso più sull’ambiente esterno (generalmente un futuro recente semi-apocalittico) che sull’interiorità del personaggio, The Zero Theorem ricorda film come Her, per esempio, o addirittura A beautiful mind. Vicende in cui un protagonista che si definisce orgogliosamente solitario, ma in realtà è davvero solo al mondo, cerca conforto in qualcosa che è molto più grande di lui, trascendente, forse irraggiungibile – un MacGuffin, appunto – ma di certo al limite del posticcio, artificiale. Finto. Una fede granitica e quindi per nulla flessibile, in cui è sufficiente trovare il punto esatto da colpire per sbriciolarla.

Cosa sarebbe la vita di Qoen senza l’attesa della chiamata? Come si spiegherebbe il fatto che un cervello così reattivo, un’intelligenza così acuta e una forza di volontà così solida non siano sufficienti per ancorare un uomo al presente? Perché questi stessi elementi l’hanno condannato all’isolamento, alla paura del confronto e della sconfitta inevitabile per avere una consistenza, proiettare un’ombra reale sul terreno e non avere la comodità di un tasto “esc” per interrompere un incubo.

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