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Videodrome, recensione – David Cronenberg, 1983

Forse nel 1983 è ancora troppo presto per pensare che, una ventina d’anni dopo, sarebbe stato Internet a prendere il posto della TV come mezzo e simbolo di ossessioni e dipendenze, collettive e personali. Se riscrivessimo il soggetto di Videodrome e mettessimo al centro proprio Internet, però, potremmo lasciare inalterati gli snodi narrativi e vedere che comunque funzionerebbero.

Dovremmo solo cambiare vestiti, acconciature e fotografia, troppo cotonati i primi e smarmellata la seconda per essere tollerabili oggi – a meno che non si giri un remake futuristico, dove già nel 1983 Facebook e Instagram (o Snapchat) hanno ereditato il potere affabulatorio, esibizionista e autoreferenziale della televisione. Dovremmo anche pensare a un titolo altrettanto d’impatto, perché Webdrome… fa schifo.

Tornando al presente (al 1983), la storia che Cronenberg ci racconta riassume il pensiero che tanti apocalittici (da McLuhan in poi) hanno formulato a proposito dei media e delle loro evoluzioni che, ciclicamente, hanno caratterizzato ogni decennio del Novecento. Gli anni Ottanta sono un periodo florido per la tv cosiddetta commerciale – in Italia, non essendoci la tv via cavo, il quadro è diverso rispetto agli Stati Uniti, ma tanti elementi comuni si possono comunque ritrovare. Channel 83, la stazione televisiva in cui lavora il protagonista Max Renn (James Woods), si potrebbe definire cugina disinibita della Canale 5 del Drive in, pronta a sublimare le frustrazioni degli spettatori con spettacoli a base di porno soft o hardcore.

Capita, però, che Max s’imbatta in quello che crede essere uno show molto realistico a base di soli sesso e violenza, senza nemmeno l’apparenza di una trama. Non è disposto a credere che si tratti di uno snuff movie… finché non viene intrappolato da allucinazioni, dai suoi stessi desideri più perversi e dalla paura che diventino realtà. Videodrome è uno spettacolo ma è più reale della stessa realtà, come si proclama la televisione quando certifica l’esistenza di un evento che trasmette e la nega ai fatti di cui non s’interessa.

Le allucinazioni di Max, la confusione che fa tra la sua vita e la “second life” in cui si avventura – quante cose ha previsto, Cronenberg? – sono le stesse in cui ci piace crogiolarci anche oggi. Abbiamo sostituito le videocassette con i computer, i forum, i videogiochi e i social network, certo, ma rimaniamo sempre in bilico tra il controllo che crediamo di avere su di loro e l’influenza sotterranea che, invece, sono loro a esercitare su di noi.

Non è facile per un film degli anni ’80 essere un capolavoro – tutti sembravano più vecchi, i costumi erano troppo sgambati, i giocattoli tecnologici ostentati come se la legge di Moore non fosse mai esistita. Scherzi a parte, Videodrome vince l’obsolescenza non programmata.

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