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Un americano a Parigi, recensione – Vincente Minnelli, 1951

È considerato uno dei cento racconti più importanti della storia del cinema: una pensione d’oro per Un americano a Parigi, che torna nelle sale dal 9 giugno per il suo 65° compleanno, restaurato e distribuito da Cinema di Valerio de Paolis. Si potrebbe sostenere che è facile – ma in realtà non così scontato – costruire un capolavoro avendo a disposizione dei professionisti così qualificati, che riescono a eccellere nei rispettivi settori e dar vita a un totale più grande della somma tra le parti (sic!).

Protagonista è Gene Kelly, attore eclettico e ballerino-coreografo abile a esaltare i luoghi spesso ristretti dove sono ambientate le sequenze musicali: riproposizioni fedeli nello spirito alla città impressionista e bohémien di Tolouse-Lautrec e Renoir, per esempio. Il personaggio che l’attore interpreta è Jerry Mulligan, pittore squattrinato che si è trasferito a Parigi dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un giorno Jerry incontra Milo, una ricca signora che s’innamora di lui e forse anche dei suoi quadri: decisa a fargli da mecenate, deve rivaleggiare con una giovane commessa che Jerry conosce proprio al loro primo “appuntamento”, ma che in realtà è promessa sposa di un suo nuovo e caro amico (nei musical si diventa subito intimi).

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Jerry e Lisa in una foto tratta dalla sequenza finale del film

Tanti sono gli elementi che Un americano a Parigi ha reso celebri, a cominciare dalle musiche di George Gershwin – l’opera, infatti, nasce nel 1928 come poema sinfonico: Stairway To Paradise, I Got Rhythm, Our Love Is Here To Stay, Embraceable You, S’Wonderful; la sequenza danzata sulle rive della Senna, poi, che racconta come si accende e si spegne una storia d’amore, lasciando che siano solo i corpi degli attori a parlare; il lungo epilogo che già basterebbe come summa del racconto, cortometraggio che funzionerebbe anche slegato dal film. Non c’è bisogno di sorprendersi, allora, se notiamo che la sceneggiatura e il montaggio sono semplici gregari: non è su di loro che dobbiamo concentrare la nostra attenzione perché, in fondo, già sappiamo che il finale che desideriamo potrebbe essere dietro l’angolo. Per esaltare una buona coreografia, poi, è sufficiente riprenderla in continuità.

Non conta che il momento tanto atteso arrivi, non conta come o quando arrivi: è più importante tutto ciò che è successo prima, che ci ha fatto innamorare dei personaggi, con cui è semplice entrare in empatia, o della storia, tanto lineare da appartenere a ciascuno di noi – se ammettessimo che è banale, dovremmo dirlo anche di noi stessi. Vedere con quanta grazia Jerry si alza dal letto e prepara la colazione, ballando con i mobili del suo minuscolo appartamento; immaginare che anche noi, in un mondo parallelo, possiamo cantare e suonare da un lato all’altro della strada, facendo accorrere frotte di bambini che si uniscono a noi e ridono con noi, invece che di noi: tutto questo basta per trasformare l’americano che ci portiamo dentro, schiacciato da una way of life conformista e un po’ falsa, in un parigino sognatore e sentimentale. Altrettanto falso? Forse. Più desiderabile? Sicuramente.

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