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The Class of 92, recensione – Benjamin Turner, Gabe Turner, 2013

L’accostamento tra il 1992 e l’inizio di una tra le favole più belle della storia del calcio non è così immediato. La Danimarca ha vinto gli Europei e il Foggia di Zeman di certo non sfigurava, in Italia, ma non si è trattato di parabole longeve. Buttando l’occhio e l’orecchio nella città di Manchester, sponda United, capiamo che è quello il teatro di uno spettacolo destinato a durare anni, nei quali un gruppo di bambini, ragazzini e poi uomini ha autografato alcune tra le pagine al tempo stesso più posh e rough della storia del calcio.

The Class of 92, infatti, racconta dell’amicizia tra David Beckham, Nicky Butt, Ryan Giggs, Gary e Phil Neville, Paul Scholes – citati in ordine alfabetico, per non far torto a nessuno. È incredibile constatare come questo blocco di talenti adolescenti abbia attraversato le giovanili, sia giunto in prima squadra vincendo coppa nazionale e campionato, tra i dubbi del pubblico e la grinta di Eric Cantona, e abbia infine conquistato la Champions League. Ribaltando il risultato in due minuti: quale appassionato di calcio con un po’ di memoria non ricorda la partita contro il Bayern Monaco, che vinceva per 1-0 fino al 90′, e ha poi subito i gol dei neo-entrati Sheringham e Solskjaer?

Ognuno con il suo carattere, il suo ruolo e il suo stile di gioco, quei ragazzi sono stati compagni di squadra e amici, riuscendo a mantenere – o ricostruire? – la spontaneità necessaria perché questo documentario fosse avvincente, quasi epico. La pellicola è suddivisa in capitoli, ognuno dedicato a un giocatore: il paradossale talento del troppo bello “Pretty Boy Beckham”, la grinta temeraria di Nicky Butt, la grazia introversa di Giggs, la costanza esemplare dei fratelli Neville, l’onnipresenza sul campo di Scholes nonostante l’asma.

Alcune sequenze trasmettono davvero un pathos intensissimo, quasi quello che si poteva vivere in diretta, sugli spalti o sul divano, fomentato dalla voce del telecronista. L’alternanza tra video di repertorio, immagini statiche, interviste e messe in scena del passato scandisce tempi calibrati benissimo – per intenderci: ogni capitolo finisce lasciandoti l’amaro in bocca, perché sembra troppo presto, ma non hai il tempo di lamentarti perché è già partito in quarta quello successivo. È il sogno che tutti avremmo voluto vivere ma che siamo contenti anche di ritrovare in qualcun altro, più fortunato e talentuoso di noi. È The Class of 92.

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