Pelé-film-2016-recensione

Pelé, recensione – J&M Zimbalist, 2016

Prima che gli affibbiassero il soprannome di Pelé, Edson Arantes do Nascimento lavava chino sulle ginocchia i pavimenti di casa Altafini. Alcuni suoi compagni di scuola lo prendevano in giro perché storpiava in Pilé il nome del portiere Bilé, ancora ignaro che quel nomignolo lo avrebbe accompagnato, più giovane di tutti, allo zenit del calcio mondiale.

Come quella di tanti bambini nati nelle favelas, la giornata di Pelé si consuma tra la scuola e un pallone di stracci che vola da un tetto all’altro, senza mai toccare terra. Gli scugnizzi che spuntano da ogni angolo tra le baracche, in compenso, sono impanati nel fango ma non smettono mai di sorridere, sognando un giorno di ripetere le loro imprese su un vero campo da calcio. Con la folla che li incita e il telecronista che ne racconta estasiato i numeri da funamboli.

Quel momento non è così lontano se Waldemar de Brito, ex calciatore della nazionale e osservatore del Santos (sic), s’innamora di quel ragazzino durante un piccolo torneo nella città natale di Pelè, Bauru. Il ragazzo scivola come un grillo tra le gambe che cercano di fermarlo, il pallone sembra legato alle caviglie con un elastico e la grinta è tale da stupire lo stesso José Altafini, avversario e poi compagno di nazionale. Quanti altri giocatori, con tutta quella pressione sulle spalle, avrebbero comunque vinto prepotenti il primo mondiale, sfavoriti, infortunati, derisi, protagonisti della semifinale e della finale?

Jeff e Michael Zimbalist raccontano una storia, prodotta dallo stesso Pelé, che poteva essere un’agiografia – non ci si allontana poi tanto – ma la carriera del mito brasiliano è stata certo più esemplare di quella di Maradona, per esempio, o di George Best o Paul Gascoigne, che al genio calcistico hanno affiancato vizi che ne hanno macchiato la carriera. La sceneggiatura divertente, i dialoghi spesso brevi e pieni di saggezza – stucchevoli solo talvolta -, le riprese che suggeriscono più che mostrare, il montaggio che in contrappunto con la colonna sonora fa rivivere la ginga, ragion d’essere del fútbol bailado: tutto ciò fa di Pelé un racconto commovente, che sa risvegliare i sogni nascosti di ciascuno di noi e renderli più forti delle sconfitte, delle volte in cui abbiamo rimandato, pensando che il nostro momento non sarebbe mai giunto. È stato necessario de Brito per scoprirlo, ma Edson era già Pelé, anche scalzo e sporco.

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