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Due note su Gomorra La Serie

Nell’attesa della seconda stagione di Gomorra – La Serie, ho binge-rivisto la prima serie per rinfrescarmi la memoria e trarre un paio di considerazioni in libertà. Ecco cosa ho imparato, dopo aver riordinato le idee e provato a leggere la storia con un po’ di distacco – necessario per una critica decente, che non fosse l’idolatria di un fan sfegatato.

Il realismo
I DIALOGHI. I personaggi parlano una lingua che, per quanto sceneggiata e letteraria, e per quanto si compiaccia di tanti luoghi comuni tipici delle storie di mafia e camorra, è loro. È volgare, spontanea e piena di quella saggezza anche inconsapevole di chi vive nei bassi e deve pensare a sopravvivere prim’ancora che mettere insieme il pranzo con la cena. È comica, involontariamente: Gomorra non ha certo l’obiettivo di far ridere, non è cabaret o commedia all’italiana, ma com’è possibile trattenersi di fronte a una delle tante perle di Salvatore Conte? La similitudine, per esempio, con cui afferma che la sigaretta elettronica ricorda quella vera “comm ‘nu strunz assomigl’ a ‘nu babbà”?
Il dialetto, o almeno l’italiano fortemente regionale, erano le uniche lingue possibili per raccontare questa storia, com’era già successo con Romanzo criminale e Faccia d’angelo.

LE REGOLE. I codici di comportamento sono uno tra gli assi portanti della sceneggiatura: la minima infrazione di una sola tra le regole dei clan, anche la più apparentemente insignificante, rappresenta la prossima esecuzione. È un modo molto efficace di giocare con la suspense, soprattutto perché capita che non ci sia una vera infrazione, dietro l’incazzatura del boss e la morte immediata del peccatore, ma solo il sospetto. Nessuno può essere sicuro al mille per cento che, per esempio, Bulletta abbia tradito Don Pietro Savastano, spifferando dove e quando trovare quel carico di cocaina. Tutti gli indizi portano a lui: l’interrogatorio della polizia, la borsa che gli vediamo riempire di soldi, prima che lo stesso don Pietro bussi alla porta. Quando Savastano viene arrestato, però, con quella stessa borsa in macchina e della cocaina nella giacca, ha appena massacrato proprio Bulletta.

La sospensione dell’incredulità
Sarebbe paraculo riproporre la stessa coppia di cui sopra e spiegare perché quegli stessi elementi sposano convinti la sospensione dell’incredulità. Scelgo invece:

LA VIOLENZA. La camorra non è certo meno violenta e meno teatrale di come viene raccontata in Gomorra. In quanti, però, hanno la possibilità di vederla così da vicino e non restare nemmeno così scandalizzati? Quando parteggi per uno o l’altro clan, infatti, ti aspetti e desideri che la vita del nemico sia trattata con tanto disprezzo, come valesse meno di un sacco di monnezza. E riesci persino a non distogliere lo sguardo, tanto può essere lungo e denso il fiotto di sangue che esce da quel cranio e che quasi ti senti addosso (il povero Bulletta, ancora una volta, si trova in uno dei momenti più truculenti dell’intera stagione).

IL CINEMA. Tutto quello che porta il racconto in una dimensione parallela alla realtà, che con tanta più perizia e semplicità è costruita, tanto meno sembra artificiosa. La semplicità, però, non esclude la complessità: la complicatezza, semmai. Nella sceneggiatura: solo una cosa scandisce la trama e porta avanti il racconto: i morti. Rubi, muori. Tradisci, muori. Fai la spia, muori: potrebbe essere riassunta in questo modo la storia di Gomorra, una è la cosa che si ripete più spesso, ma ogni volta in una salsa diversa e con una crudeltà che, anche se te l’aspetti, non la credi possibile finché non la senti. Nella fotografia, in tutte quelle scene in cui chi parla è in ombra, in controluce, e non riusciamo a immaginarlo in nessun altro modo perché, diversamente, quella battuta perderebbe intensità e parrebbe scontata, o troppo enfatica. Nel montaggio, inteso come composizione degli elementi nell’inquadratura e accostamento delle stesse inquadrature, ma soprattutto come decisione di non mostrare il controcampo di una faccia sfigurata o di non avvicinarsi così tanto a un addome crivellato di colpi, ché tanto è peggio il modo in cui puoi immaginarlo tu.

Aspettiamo fiduciosi la seconda stagione (e poi la terza…?).

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