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Lo Stato contro Fritz Bauer, recensione – Lars Kraume, 2015

A distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, escono al cinema due film che raccontano il nazismo dopo, dall’interno. Nessuna divisa, nessuna guerra calda e il regime è già stato sconfitto, in apparenza. Il primo è Il labirinto del silenzio, il cui protagonista è Johann Radmann, pubblico ministero tra i sottoposti di Fritz Bauer. Il secondo, invece, è Lo stato contro Fritz Bauer, quest’ultimo ora protagonista e bersaglio principale del suo stesso Paese perché, con la propria caparbietà frustrata continuamente, vorrebbe scovare gli ex gerarchi nazisti fuggiti all’estero, stabilire con esattezza i loro crimini per poterli infine processare proprio in Germania. “Il Paese è pronto ad affrontare il suo passato”, afferma in un momento-chiave della storia, forse solo per dare consistenza a un desiderio piuttosto che constatare lo stato delle cose. Disposto anche ad agire illegalmente, per un bene più alto del mero rispetto di una legge imperfetta, Bauer ricorre a tutte le armi che ha a disposizione: cerca di convincere uno dei suoi discepoli più promettenti, mobilita il Mossad, mortifica se stesso e i pochi affetti che ha, riceve le minacce dei suoi colleghi, ai quali però non può parlare apertamente. Come ebreo, poi, le ferite che si procura sono ancora più profonde, tanto da risvegliare il solo sentimento che avrebbe potuto renderlo così caparbio, oltre alla follia: la disperazione.

Ambientato nel 1957, Lo stato contro Fritz Bauer narra le indagini che il procuratore generale conduce per trovare Adolf Eichmann, considerato l’ideatore della deportazione degli ebrei. Una battaglia solitaria e osteggiata, almeno inizialmente, anche da chi vorrebbe essere dalla sua parte, un giovane procuratore che vorrebbe vivere una vita tranquilla, agiata, piuttosto che rendere un servizio al proprio Stato. Bauer è considerato un traditore, non solo perché vorrebbe “il male” per il suo Paese, che fino a quel momento aveva nascosto tanto bene i criminali nazisti, ma anche perché è omosessuale. Lusso (nel 1957) che Bauer non vuole nascondere, nonostante sia un ostacolo in più per la sua indagine. Proprio la sua diversità, però, è l’arma che lo spinge a non fermarsi, a non cedere all’idea che la sua sia una vendetta: è giustizia. Kraume riesce a trasmettere con lucidità e senza orpelli lo stato d’animo che condivide col il protagonista, affidandosi a dialoghi asciutti – non è facile tenersi lontano dalla retorica, soprattutto quando si ha ragione – e a una trama secondaria che, nel finale, riserva una sorpresa inevitabile.

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