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Risorto (Kevin Reynolds, 2015) – Recensione

Pochi giorni ancora e sapremo se sarà stata una buona idea distribuire un film come Risorto nei pressi della Pasqua: insieme alle probabili repliche televisive di pellicole già note, ficiton recenti o sceneggiati più maturi, anche il cinema – com’era successo con La passione di Cristo, per esempio – darà il suo contributo all’atmosfera d’inquietudine mista a sollievo esistenziale che caratterizza la settimana santa e i giorni che la precedono.

Ancora una volta, al centro della narrazione c’è il cosiddetto mistero della fede: dopo la morte di Gesù (Yeshua / Cliff Curtis), il suo corpo viene riposto in un tumulo e messo sotto chiave con i sigilli di Roma, per evitare che una sua resurrezione – strumento di propaganda per i suoi seguaci, secondo i rabbini più potenti – possa incrinare i rapporti tra il governo centrale, la provincia della Giudea e gli stessi rabbini. Il tribuno Clavio (Josehp Finnies) è incaricato dal procuratore Ponzio Pilato (Peter Firth) di vigilare su questa situazione delicatissima, ossessionato com’è dall’irritare l’imperatore dimostrandosi incompetente. Proprio mentre si lava le mani, dopo la crocifissione di Cristo, Pilato illustra il compito ingrato a Clavio, che trova il modo di sgravarsene a sua volta obbligando il giovane Lucio (Tom Felton) a compiere il lavoro sporco. Disseppellire corpi e rovistare tra i cadaveri ancora nelle fosse comuni, appena schiodati dalle croci, per trovarne uno che assomigli a Gesù. Le sue spoglie, infatti…

Il vero mistero di Risorto, messa da parte la quasi mono-espressività facciale di Joseph Finnies, è questo: com’è possibile che un film partito da una prospettiva originale, rispetto ad altre variazioni sul tema, possa comprendere una prima parte davvero promettente e una seconda parte così scontata, che scivola rapidamente nell’anonimato e gronda la peggior retorica escatologica?

La prima metà del film, infatti, si presenta come un peplum-noir: l’esecuzione di Cristo viene raccontata come un omicidio politico qualunque, del quale bisogna far dimenticare al più presto l’accaduto. Non devono rimanere tracce a suffragio dell’eccezionalità di Yeshua, predicatore sopra le righe in testa a un gruppo ancora timido di seguaci. Il registro narrativo, però, deraglia non appena Clavio comincia a dubitare di sé, dei suoi occhi, della sua capacità di ragionare.

Constatare la presenza anche fisica di Gesù davanti ai suoi stessi occhi, scettici fino a poco prima, smonta le indagini compiute fino a quel momento, peraltro sostenute solo da testimonianze pagate e voci di corridoio, oppure parole pronunciate in preda all’estasi. Non è infrequente che un personaggio muti energicamente, nel mezzo di una narrazione. A un cambiamento tanto radicale, però, dovrebbe corrispondere una rappresentazione che lo sappia indagare al meglio.

Ciò cui assistiamo, invece, è l’arrendevolezza ingiustificata di un detective, infiltrato e subito ammaliato dal carisma del profeta. Funzionale al racconto di quel cristianesimo ma quasi letale per la credibilità della storia, minata pure dal tentativo maldestro di inscenare le apparizioni e sparizioni di Gesù. Il Figlio dell’uomo è in mezzo agli uomini, parla con loro, poi ti giri un attimo e non c’è più, come in una replica autoironica del Sesto senso: è questo il modo migliore per raccontare la metafora di una presenza spirituale, di un motivo sovra-umano che consenta a un gruppo di sventurati di affrontare la povertà, la guerra, una vita grama? Cosa rimane del mito? Forse è successo quello che già scriveva Joseph Campbell, nei suoi saggi certosini e illuminanti: quando provi a rendere troppo realistica una narrazione mitologica, a calarla profondamente in un contesto storico e sociale – la colpa, comunque, è anche dello stesso Vangelo – la privi della sua forza originaria, che le aveva permesso di sopravvivere tanto a lungo. Risorgere, poi, è difficile.

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