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Room – Leonard Abrahamson, 2015 – Recensione

Ma e Jack, madre e figlio, vivono in una Stanza. Vasca da bagno, frigo, microonde, un letto e un armadio concentrati in pochi metri quadrati, illuminati da un piccolo lucernario che lascia vedere solo un fazzoletto di cielo. Ogni notte viene a trovarli un uomo, Old Nick, che porta a Ma cibo e medicine. Rimane nella Stanza il tempo necessario per una scopata e poi va via, richiudendo accuratamente la porta blindata – l’unica cosa realmente efficiente in quella camera.

Ambientare un film in una stanza non è un’idea nuova: Room ha davanti a sé una serie di predecessori che appartengono ai generi più diversi, dal thriller alla commedia al dramma giudiziario. Panic Room, La parola ai giurati, La finestra sul cortile, 1408… ognuno ha cercato di assegnare ai muri – spesso delle mura – lo status di personaggio, più coinvolto nella narrazione di un semplice sfondo. La particolarità di Room, però, è nell’influenza che quella camera ha sui personaggi anche quando non è più presente sullo schermo, agendo a distanza sulla mente dei protagonisti. Il legame diventa chiaro quando, poco prima della metà del film, madre e figlio riescono a ingannare il loro carceriere e scappare, sospesi tra l’entusiasmo per la libertà e la nostalgia del mondo che avevano abitato fino a poco tempo prima.

In quel momento, però, il tema del film cambia leggermente: se prima la storia si concentrava sul modo in cui una madre inventa mondi paralleli per nascondere al figlio una verità troppo cruda, dopo la fuga il fulcro del racconto diventa un altro. Il ruolo di Ma dovrebbe evolversi, passando da quello di una donna che dà il meglio di sé recitando a soggetto, adattandosi, a quello di chi prende l’iniziativa e riesce a educare il figlio nel mondo reale, senza tutti i limiti imposti dalla mancanza di spazio vitale. È un salto audace ma non completamente riuscito perché pone altri interrogativi, lasciati irrisolti senza una ragione precisa: si evince che qualcosa è successo, tra Ma e suo padre, si mettono in scena dei conflitti che partono da questo nodo, che però non è risolto.

Si scava nel passato di Ma, di nuovo nella casa d’infanzia e ritornata a essere Judy, ma non si va in profondità, accennando conflitti familiari che sembrano solo dei pretesti per giustificare quello che è successo. L’evoluzione di Jack invece, è più coerente, nonostante sembri che i suoi cambiamenti siano troppo repentini, in alcuni momenti, per chi è venuto realmente al mondo solo a 5 anni e ha dovuto ridisegnare la sua immagine della realtà. È un limite spesso imposto dalla durata di un film, che pure in questo caso è di circa due ore, e che purtroppo influisce sul risultato, comunque apprezzabile per aver provato a raccontare questa storia.

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