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The Danish Girl – Tom Hooper, 2015 – Recensione

Storia di una scelta controcorrente, The Danish Girl, di una sofferenza che se ancora oggi conduce a discriminazione, isolamento e – perché no – può accompagnare al suicidio, immaginiamo quanto potesse essere distruttiva circa cent’anni fa. La storia di Einar Wegener (Eddie Redmayne), infatti, è ambientata negli anni ’20 del Novecento e sembrerebbe rappresentare la comune vita di un pittore apprezzato, perfettamente inserito nel circolo di artisti e galleristi dall’alto tenore di vita e da un’autoironia tutta autoreferenziale. La moglie Gerda, pittrice anch’essa, non è giudicata all’altezza del marito: ne soffre, finché proprio il marito le fa da modello indossando scarpe da ballerina, calzamaglie e abbracciando un tutù. Temporaneamente, pensano entrambi, ma il contatto con quell’abito, l’immaginazione che corre veloce e i ricordi d’infanzia risvegliano l’animo transessuale di Einar. Pittore di successo, uomo senza più un’identità, prima donna a essere diventata tale grazie alla chirurgia: nasce così Lili Elbe, che non è l’alter ego di Einar ma qualcosa che lo sostituisce integralmente, giungendo ad abbandonare la pittura – la principale ragione di vita del fu uomo.

The Danish Girl differisce in alcuni particolari – il finale, per esempio – dal libro che adatta per il cinema, a sua volta non fedele ma solo ispirato alla vicenda reale di Morgens Einar Wegener / Lili Elbe e della sua paziente compagna Gerda Marie Fredrikke Gottlieb in Wegener. Narra la vicenda di chi per primo ha avuto la forza e allo stesso tempo la possibilità di provare a fuggire dal proprio corpo, essendosi reso conto che non era l’habitat più adatto, e ha funzionato come detonatore per tanti altri individui con lo stesso disagio esistenziale. Ha rischiato di perdere l’identità, la vita, solo per vivere più pienamente gli anni che gli rimanevano. Questo fermento, l’accumulo di sentimenti contrastanti, avviene però soprattutto nella prima metà del film, dove si assiste a un crescendo ben orchestrato: tante carte sul tavolo, ancora tutte coperte. Poco alla volta, però, la tensione scema e la storia sembra non sapere che direzione prendere, quasi contagiata dai dubbi esistenziali che attanagliano Einar / Lili. Il ritmo cala velocemente e la svolta decisiva tarda ad arrivare, anche se già sappiamo come andrà a finire. Il motivo per cui non alzarsi fino alla fine del film è godersi l’interpretazione di Eddie Redmayne, trasformista all’inverosimile e al servizio di una storia che avrebbe potuto rendergli più giustizia. Esattamente come accadeva nella Teoria del tutto, commovente ma consapevolmente convenzionale – non che fosse facile raccontare l’esistenza di uno scienziato privilegiando la sua ricerca, piuttosto che la vita coniugale.

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