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Zoolander 2 – Ben Stiller, 2015 – Recensione

Ancora più demenziale del primo episodio: perché girato a Roma, in contrasto col fascino storico e a tratti serioso della città, e perché più ambizioso, sia dal punto di vista della fotografia e del montaggio – un po’ Die Hard, un po’ Il Codice da Vinci – sia da quello del citazionismo più e meno “colto”. Se si decide di andare a vedere Zoolander 2 bisogna essere ben consci che si assisterà a uno spettacolo per niente disposto a prendersi sul serio, dal punto di vista della sceneggiatura. Comporre una critica equilibrata è ancora più difficile, allora: meglio correre il rischio di sembrare di bocca buona ed elogiarlo per le risate che ci concede o sembrare snob – o magari esserlo proprio – e prendere le distanze, dicendo che tanto è solo un “film commerciale?”.

Sì, Zoolander 2 è un prodotto molto più “commerciale” di tanti altri blockbuster hollywoodiani, lo ostenta onestamente e senza vergogna. Cavalca – forse con un po’ di ritardo – la moda del selfie a tutti i costi, del prendere in giro Justien Bieber e Penelope Cruz (complici entrambi), ma è anche abile a riesumare con coerenza un personaggio diventato cult soprattutto grazie all’home video – le proiezioni al cinema fruttarono circa 60 milioni di dollari in tutto il mondo, una ventina dei quali servirono solo per ripagarne il costo. Cos’è allora che fa di questo sequel un degno erede del primo?

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La simpatia e gli eccessi d’ingenuità dei due protagonisti, soprattutto, che decidono di tornare in passerella perché Derek (Ben Stiller) e suo figlio si ricongiungano. Quello che apprendiamo appena il film inizia, infatti, è che la signora Zoolander è morta (le è crollato addosso il “Centro per ragazzi che non sanno leggere bene”) e che Derek ha perso l’affidamento del suo bambino, motivo per il quale vive come un eremita e si fa chiamare Eric Toolander (!). Anche Hansel (Owen Wilson) è rimasto coinvolto nell’incidente: porta una maschera che gli copre l’occhio sinistro e vive nel deserto insieme a Orgia, un’amabile famiglia di undici individui (solo poche le donne) ognuno dei quali aspetta un bambino da lui. “Come puoi amare undici persone se non riesci ad amare neanche te stesso?” gli rinfaccerà, in un momento sentimental-grottesco, Kiefer Sutherland nel ruolo di se stesso / Jack Bauer (vi ricordate 24?).

Senza soffermarci troppo sulla linea narrativa artificiosamente povera, e possiamo immaginare che nessuno si aspetti un premio alla miglior sceneggiatura originale; senza nemmeno prendere in considerazione alcuni dialoghi un po’ stantii, possiamo comunque apprezzare una dote di questa pellicola: ci dà esattamente quello che ci aspettavamo, cioè risate a cuor leggero, a tratti anche grasse. Sarebbe divertente guardarla in compagnia dalla prima volta, forse già una seconda visione non sarebbe questo granché, ma è proprio trovare così tanti volti noti e fuori dal loro ambiente naturale – meccanismo comico potentissimo – che fa meritare a Zoolander 2 un po’ d’attenzione critica, al di là dell’essere il sequel di un piccolo cult movie.

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