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Due o tre cose che ho imparato su Miyazaki e sullo Studio Ghibli

I film di Hayao Miyazaki e tutti gli altri realizzati dallo Studio Ghibli possiedono alcune peculiarità che li rendono immediatamente riconoscibili agli spettatori e che, allo stesso tempo, ci mettono di fronte al dubbio che ogni narratore vorrebbe suscitare nel suo pubblico: che succede, adesso?

Il principio secondo cui il finale di una storia (ma anche il resto del racconto, potremmo aggiungere) dev’essere necessario ma inatteso, teorizzato da Aristotele e riscontrabile in tutte le narrazioni più avvincenti, è uno degli elementi che rendono i cartoni Ghibli dei film memorabili.

Combinato con lo stile visivo e musicale di ognuna delle opere prodotte dallo Studio, genera la formula per riprodurre tecnicamente un’opera d’arte. Non facciamoci ingannare dai disegni: le avventure di quell’universo sono sì raccontate con un tono leggero e accessibile, ma non mancano mai momenti in cui i protagonisti sono sul punto di perdere il senno o devono sopportare frustrazioni, catastrofi naturali, la morte di un loro caro o la scomparsa di se stessi.

Guardando attentamente anche solo alcuni dei film, come La città incantata o Si alza il vento, Il castello errante di Howl o Laputa – Il castello nel cielo o ancora Ponyo sulla scogliera, possiamo ritrovare in ciascuno di essi alcuni indizi che conducono sempre a Miyazaki, al romanzo della sua vita, alla sua immaginazione e ai suoi feticci. Si tratta di un universo in cui potrebbero incontrarsi tutti i personaggi dei suoi film e dentro il quale nessuno si sentirebbe estraneo, nemmeno per un momento. Questo è un elenco di tali indizi, certamente non esauriente:

  • viaggi lunghi e pericolosi, di certo metafore di un percorso interiore ma godibili anche fuor di metafora;
  • aeroplani, la passione per il volo e il fatto che essa sia indispensabile per caratterizzare un personaggio o per far procedere la narrazione;
  • l’insinuarsi discreto della magia nella vita quotidiana, contaminata e spesso migliorata da quel pizzico d’incoscienza che una creatura sovrannaturale può infonderci;
  • la presenza di eroine tanto giovani quanto mature, che dànno al mondo in cui vivono più di quanto non ricevano: spesso la loro crescita è segnata da delusioni e ferite dolenti;
  • la crudezza narrativa e figurativa con cui sono raccontate alcune parti della vicenda: come dimenticarsi il sangue che scorre in Principessa Mononoke, la malattia co-protagonista di Si alza il vento e Quando c’era Marnie o le morti-stillicidio di La tomba delle lucciole?
  • citazioni letterarie e rimandi alla cultura popolare nipponica ma anche occidentale: emergono ad esempio i Viaggi di Gulliver, citazione esplicita in Laputa (che prende il nome proprio dall’isola volante narrata da Swift) e basso continuo di tante altre storie in cui la scoperta di un mondo parallelo accompagna il cambiamento del protagonista;
  • la presenza dell’acqua: oceano, fiume, pioggia fanno spesso capolino, forse perché sono l’elemento naturale che più spesso manifesta insofferenza verso gli abusi dell’uomo sul mondo che lo ospita.

Speriamo di poter aggiornare questa lista e di continuare a smentire Miyazaki, sempre sul punto di andare in pensione. Lui sa, però, che non è possibile smettere di raccontare storie.

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