Il figlio di Saul – László Nemes, 2015 – Recensione

pubblicato su: Cinema4stelle

Due film sul nazismo altrettanto insoliti usciranno a gennaio 2016: Il labirinto del silenzio, del quale abbiamo giù scritto qui, e Il figlio di Saul (Saul Fia), vincitore del Festival di Cannes 2015. Disturbante a partire fin dalla prima inquadratura, Il figlio di Saul dichiara subito la sua prospettiva: quella di una semi-soggettiva che raramente si allontana dal protagonista e lo segue in tutti i suoi movimenti, ormai memorizzati spersonalizzati. Saul, infatti, è un ebreo ungherese e fa parte di un Sonderkommando, divisione creata dai gerarchi nazisti nei campi di sterminio e composta da alcuni tra gli stessi prigionieri. Il loro compito ingrato è quello di aiutare gli stessi soldati tedeschi a raggruppare, spogliare, uccidere e bruciare i cadaveri dei neo-deportati. Periodicamente, poi, tocca anche a loro: il parco carnefici obbligati va rinnovato per scongiurare la sopravvivenza di qualche testimone che, però, è comunque riuscito a tramandare questa vicenda.

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La scelta fotografica di non andare quasi mai oltre il mezzo primo piano s’identifica con lo stato d’animo di Saul, la sua alienazione, causata dalla tragica e insensata ripetitività della vita da prigioniero. Lo sguardo si restringe e riesce a mettere a fuoco ben poco al di là del suo naso; il campo visivo si limita alla mera sopravvivenza, rappresentata dal formato academy, il rapporto tra altezza e base del fotogramma di 1:1,37. Una scatola che resta così stretta anche quando Saul trova uno scopo a quell’inferno, una passione simile a quella di questa pietra miliare della storia del cinema: procurarsi un rabbino e seppellire suo figlio, il cui cadavere è convinto di aver riconosciuto nell’ammasso dei corpi che vede tutti i giorni. Quel ragazzino diventa la sua priorità, più importante anche della fuga dal lager che Saul rende più difficile ai suoi compagni, concentrato più su un morto che sui vivi in mezzo a lui.

Pur trovando assurda la crociata del protagonista, non posiamo che toglierci il cappello di fronte a questo film e al coraggio delle scelte di regia. Tanto è forte la tentazione di girare lo sguardo dall’altra parte (non per la violenza, lasciata sapientemente fuori campo) e scappare dalla claustrofobia, respirare, tanto necessario è resistervi perché si viene premiati da un racconto commovente e non melenso, violento e non truculento, necessario e non scontato.

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