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Il labirinto del silenzio – Giulio Ricciarelli, 2014 – Recensione

Giulio Ricciardelli, regista del Labirinto del Silenzio, compie una scelta netta e audace: girare un film sul nazismo senza mostrare una sola uniforme militare o camera a gas. Vuole applicare al suo racconto un genere che provi a renderlo non “un altro film sui nazisti” e gli orrori della guerra, visto lo stuolo di precedenti illustri. Sceglie il thriller, quasi poliziesco, in cui un irrequieto e idealista pubblico ministero si ritrova a indagare su un insegnante delle elementari, ex comandante ad Auschwitz. Johann Radmann, infatti, s’intestardisce nel dimostrare che quell’insegnante, Charles Schultz, non può educare dei bambini se è stato complice di un reato ancora non identificato: nel 1958 nessuno, tranne le vittime e i carnefici, sa con precisione cosa sia successo ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento e sterminio.

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Ben presto Radmann si rende conto che ogni ex-nazista, ora civile, ha un amico nel governo. Il suo superiore, Fritz Bauer, lo mette in guardia dall’usare metodi spicci per trovare e punire personaggi come Josef Mengele o Adolf Eichmann, ma lo sgomento e la rabbia di Johann gl’impediscono di essere sempre lucido. Tutti intorno a lui sembrano avere qualcosa da nascondere: sua madre e suo padre, scomparso da quindici anni, la sua fidanzata. Si rischia d’impazzire quando si è certi di una cosa, si accumulano le prove per dimostrarla ma continuano a sorgere barriere tra sé e la giustizia.

Alcuni di questi muri è lo stesso Johann a erigerli: guarda sempre più in fondo nella rete di omertà e del “stavo solo eseguendo degli ordini” ma non riesce più a voler bene a chi gli sta accanto, accecato dalla voglia – legittima – di punire i colpevoli. I conflitti interiori s’intrecciano con quelli professionali, le certezze sulla propria identità si sfaldano, ma il meccanismo narrativo dell’indagine che, prima o poi, avrà una conclusione – positiva o negativa che sia – ci tiene ben saldi alla poltrona. Ricciarelli, 50 anni e figlio di immigrati italiani, è bravo a raccontare qualcosa che “nessuno ha visto” senza farcela vedere.

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Le foto che Johann usa come prove degli esperimenti di Mengele sono davanti a noi ma ce ne viene mostrato solo il retro. Le voci delle vittime non le sentiamo, dobbiamo accontentarci dei loro cenni d’assenso o delle lacrime che non riescono più a versare. Possiamo solo guardare – da lontano – registri e faldoni pieni di nomi, inchiostro, memoria collettiva che finalmente si mette al servizio della società. Scrive un altro scampolo di Storia, dimostrando che non conta che “tutti erano nazisti, non avevano scelta”. Pagheranno.

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