Utopia-serietv-cinemastino-recensione

Utopia – David Kelly, 2013

Utopia è una serie tv britannica inedita in Italia. Possiamo azzardare che non abbia suscitato la stessa curiosità o lo stesso fascino di Misfits o True Detective 1, per nominare solo un paio dei racconti seriali più popolari e al tempo stesso meno convenzionali degli ultimi 5/10 anni. Utopia, però, non merita di essere dimenticata – dopo la seconda stagione lo show è stato cancellato da Channel 4 ed è stata anche accantonata l’idea di produrne un remake americano, che sarebbe stato affidato a David Fincher.

Sintetizzata in pochi caratteri, la trama di Utopia è questa: un gruppo di ragazzi deve salvare il mondo da un’epidemia di febbre russa, sviluppata in laboratorio insieme al suo possibile antidoto. La sola cosa che accomuna i malcapitati è la passione per i fumetti: proprio un graphic novel, infatti, racconta la storia che loro si apprestano a vivere, correndo sul limite tra credulità e assurdità, costringendoli a cambiare all’improvviso i loro caratteri e ferirsi a vicenda.

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Pur essendo una storia di complotti, anche un po’ soap (com’era Twin Peaks), Utopia non è una narrazione che stanca, sopra le righe, proprio perché l’eccentricità è l’elemento principale del racconto: emerge nella sceneggiatura e nella messa in scena, nelle svolte narrative annunciate e impreviste, nella fotografia e nel montaggio, queste ultime due costellate di tante piccole chicche che valorizzano i caratteri complessi dei personaggi e disegnano in modo quasi subdolo (è un complimento, in questo caso) il suo mondo surreale.

Sceneggiatura. Complotti internazionali, come detto, ma anche conflitti familiari, una dose massiccia di problemi mentali – quanto basta per farci dimenticare le nostre ossessioni quotidiane – orchestrati come se fossero una catena di eventi naturale, quasi logica. I riferimenti alla letteratura di genere ci sono, impliciti, ma ognuno può scorgervi quelli che conosce più da vicino: la psicostoria di Isaac Asimov o le distopie di Orwell e Philip Dick, per esempio.

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Fotografia. Il giallo (un tono davvero simile a quello del logo del Movimento 5 Stelle) ricorre in tutti gli oggetti e i momenti fondamentali della storia. Borse, campi di grano, vestiti, gabbie, luci di taglio, ombre, arredamento: con un po’ d’attenzione l’occhio si abitua a notare la sua presenza quasi ovunque e la mente si allena a prevedere che qualcosa di irrimediabile sta per succedere, dove c’è quel colore. La scenografia e gli ambienti esterni sono comunque dominati dalle tinte pastello, adatte per trattare un mondo apparentemente ordinario come il più pericoloso e straordinario dei luoghi.

Montaggio. Un paio di tecniche sono sufficienti per dimostrare come ogni scelta stilistica sia ponderata, senza che diventi un giochino fine a se stesso. Quanto spesso si vede un dialogo in cui il montaggio di campo e controcampo è affidato solo alla messa a fuoco? Quante volte vi è capitato di notare, invece, uno stacco netto che sarebbe un errore, un jump cut, se non ci fosse proprio un cambio di fuoco a farlo passare per naturale e quindi quasi inosservato?

Utopia non merita di essere dimenticata, è vero, ma forse non è nemmeno legittimo desiderarne una versione italiana. Doppiata. Meglio ricordarla con i suoi accenti inglesi e una brughiera senza nebbia, meglio che non diventi Pianura Padana.

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