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The Road Within – Gren Wells, 2014 – Recensione

Tre malati mentali scappano da una clinica per raggiungere l’oceano: sono Vincent (Robert Sheenan), Marie (Zoe Kravitz) e Alex (Dev Patel). Il primo soffre della sindrome di Tourette, la seconda è anoressica e il terzo è affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo, che lo costringe a ripetere continuamente gli stessi gesti e lo rende maniacalmente attento alla pulizia.

The Road Within, il viaggio che Vincent convince i suoi compagni a intraprendere per ritrovare il luogo dove ha scattato la più bella fotografia di sua madre (appena morta), è un road movie non troppo originale nel suo scheletro narrativo, ma è un film toccante perché i protagonisti di questo viaggio sono ragazzi fuori dall’ordinario. La fatica che fanno per sopravvivere a tutto ciò che succede loro è molto maggiore di quella che farebbe una persona sana: guidare una macchina, mangiare un panino in riva al lago o entrare in un’auto che puzza di fumo sono sfide degne di Ercole, per chi non riesce a controllare i suoi tic nervosi, il suo bisogno di non mangiare o la sua fobia che un qualsiasi microbo possa toccare la sua pelle.

Chi deve tutti i giorni tenere a bada i propri demoni ed è costretto a farlo lontano dalla famiglia, vede il suo mondo diventare “sempre più piccolo”, per usare le stesse parole di Alex. Si accorge che i progetti che aveva in mente per la sua vita si sbriciolano, ma proprio quando sta per raggiungere il punto di non ritorno riesce a imbastire un piano per non crollare.

Il pregio principale di The Road Within sono le interpretazioni dei suoi attori, convincenti anche in quei pochi eccessi a beneficio del racconto e capaci di trasmettere un’empatia intensissima. Sguardi persi o tentativi disperati di dominarsi accompagnano i personaggi lungo tutto il loro viaggio, una storia tragicomica che parla a cuor leggero di problemi seri. Lo fa come una commedia, certo, mettendo in scena gag e conflitti interiori e interpersonali che paiono superficiali, ma è proprio qui che risiede la sua forza. Non è un canto funebre e non è un saggio scientifico ma un racconto che, scherzando sulla malattia mentale, ha molta più probabilità di avvicinarla delicatamente a un pubblico che può non conoscerla o che non saprebbe bene come maneggiarla. È una lezione per quanti di noi sono afflitti da incertezze altrettanto dignitose ma forse più facili da affrontare e dissolvere, cominciando within, da dentro, e corazzandoci per affrontare l’esterno con più serenità e autocontrollo.

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