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Due film di Matteo Garrone

Prima di diventare molto celebre anche fuori dall’Italia, prima del Racconto dei racconti, Reality e Gomorra, Matteo Garrone era un cineasta di quelli che si sarebbero definiti indipendenti, che raccontano storie introspettive e poco appetibili per un pubblico di bocca buona, proprio come Paolo Sorrentino quando girava i suoi primi due o tre film. Guardando Estate romana e Primo amore, usciti rispettivamente nel 2000 e nel 2004, si possono rintracciare alcune caratteristiche della poetica del regista, in queste storie incentrata soprattutto sulla difficoltà di adattarsi alla realtà e sull’impossibilità di cambiarla.

Potremmo prestare a entrambi i film la definizione di mockumentary: soprattutto il primo, infatti, è girato e montato con uno stile vicino al documentario senza fronzoli estetici. I dialoghi assomigliano a delle conversazioni reali, più che realistiche, sono spesso ripetitivi e le battute di un personaggio si sovrappongono a quelle dell’altro quasi per caso, senza (per esempio) l’effetto straniante ed esilarante che Robert Altman ha ottenuto in MASH. Anche Primo amore si tiene lontano da dialoghi letterari e virtuosismi narrativi e propone una fotografia fatta d’illuminazione naturalistica, che spesso tiene in ombra anche i primi piani dei personaggi che parlano. In questo film, però, è più netta la voglia di narrazione che di descrizione, di un racconto che estragga solo alcuni momenti fondamentali delle vite dei personaggi, senza lasciare spazio a un flusso di eventi più ampio e (apparentemente) più sconnesso.

Al rigore quasi anti-cinematografico (e molto apprezzato) con cui Garrone si tiene così vicino alla verosimiglianza, però, si contrappone un difetto: il climax – la scena in cui la compagna del protagonista, stremata dall’anoressia che lui le impone, si sfoga precipitandosi nella cucina del ristorante – è prevedibile e quindi debole, come il finale che lo segue e che sembra liquidare con troppa facilità i conflitti interiori e interpersonali dei due amanti. Non basta per volgere completamente in negativo il giudizio sul film, ma ci chiediamo se non sarebbe stato meglio concluderlo un paio di sequenze prima: quando lei, con la forchetta in mano, è indecisa se affondare i rebbi in una foglia della sua insalata o se lasciarsi andare e rubare la pasta del marito.

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