Di noi tre (Andrea De Carlo, 1997): se fosse un film?

Leggere una storia così densa e spesso anche troppo spiegata può essere poco gratificante. Quando si frequenta il cinema, oltre che la narrativa su carta, s’impara a ragionare per immagini e si desidera che anche le pagine di un libro ci parlino solo in quel modo. Quello che su una sceneggiatura diventa inaccettabile, allora, ci pare superfluo anche in un libro: chiarire direttamente i sentimenti dei personaggi, soprattutto quando il narratore è uno di loro, o fermarsi a riflettere ed esprimere i propri giudizi sul mondo, senza che nient’altro stia succedendo.

Continuando a leggere, però, ci ricordiamo delle differenze che ci sono tra il cinema e la letteratura e del motivo per cui ciò che non va bene per il primo, spesso, è la sostanza di un buon romanzo. Di noi tre non potrebbe sopravvivere senza i dialoghi verbosi e le confessioni che Guido (il narratore), Misia e Marco si scambiano ogni volta che s’incontrano, dopo essersi conosciuti la prima volta e dopo essersi separati quasi definitivamente, senza che nessuno dei tre sia davvero riuscito a sopportare il distacco. Quando l’azione si limita a pochi e ciclici eventi, infatti, l’abilità consiste nell’arrangiarli in modo sempre diverso, affidandosi alle parole e al potere che hanno di illuderci, ammaliarci e ripeterci quasi la stessa cosa. Quello che succede in Di noi tre, infatti, si può riassumerlo così: una sera Guido conosce una ragazza, Misia, con la quale comincia a uscire. Dal momento in cui la presenta al suo migliore amico, Marco, sul set di un film che i due hanno cominciato a girare per caso, Misia diventa la croce e la delizia di entrambi i ragazzi. I tre si avvicineranno e si allontaneranno nel corso degli anni successivi, ripetendosi ogni volta con parole diverse che non riescono a stare lontani ma neppure vicini.

La ripetizione, proposta in ogni occasione alla giusta distanza, diventa allora corrispondenza ed è il motivo per il quale, come dicevamo poco fa, l’azione quasi uguale a se stessa non è un difetto ma il pregio, la chiave di lettura del romanzo. Se fosse una sceneggiatura, Di noi tre sarebbe sfrondato di parecchie pagine e molti dei dialoghi sarebbero più corti, sostituiti da sguardi e atteggiamenti rivelatori (immagino, per restare nello spirito del libro e non farne una trasposizione-compitino). L’uso parsimonioso di una voce fuori campo, forse, avvicinerebbe ancora di più la pellicola all’essenza del libro. L’elemento che sembrerebbe più urgente, però, sarebbe il silenzio, il solo in grado di restituire i vuoti emotivi che consumano i personaggi, ogni anno di più.

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