Perché guardare Hannibal (Bryan Fueller, 2013-2015)

L’abitudine recente che gli americani (ma non solo) hanno saputo sfruttare con successo, creare cioè degli spin-off di alcuni film hollywoodiani e allungare la loro vita in altrettante serie tv, trova in Hannibal un esempio felicissimo: ecco alcune ragioni per cui sosteniamo con forza questa tesi.

1) Hannibal non trae il suo soggetto da un solo film, come per esempio succede con Fargo, ma da tre pellicole: Il silenzio degli innocenti, Hannibal e soprattutto Red Dragon. Tre microcosmi simili e perciò ancora più difficili da amalgamare senza idee posticce.

2) Non è semplice riscrivere una narrazione così complessa e trasformare tre film in tre stagioni di una serie, ben più lunga. Hannibal ci riesce e dà spazio a tutto il mondo che nei film possiamo immaginare, subodorare, e che nella serie viene invece svelato: come funziona la mente di Lecter, con quanta semplicità riesce a plagiare i suoi pazienti, prima, e complici o rivali poi. Non è una riscrittura totale perché gli snodi fondamentali dei romanzi di Thomas Harris (dai quali, ricordiamo, i film sono tratti a propria volta) ci sono tutti – non dovevano mancare. È sorprendente, però, la naturalezza con cui s’integrano con le parti originali.

3) Alcuni personaggi dei libri/film non compaiono: l’assenza più evidente è quella dell’agente FBI Clarice Starling ma, con una trovata narrativa acuta, Hannibal spalma la sua funzione narrativa e la sua personalità su alcuni degli altri personaggi. Spicca l’agente Will Graham, il protagonista di Red Dragon, che diventa (sin dalla prima puntata, non c’è spoiler) l’interlocutore privilegiato di Lecter, la sua cavia e il suo nemico più pericoloso. Il suo alter ego.

4) Quello che in un film è più difficile, l’iterazione di un comportamento per farci entrare fino in fondo nello spirito di un personaggio, è il compito principale della lunga serialità ma può anche diventare la sua serpe in seno. Con Hannibal non succede, forse, per questo motivo: se decidiamo di seguire una serie così splatter e introspettiva allo stesso tempo, piena di manie e abitudini dei personaggi principali, accettiamo e anzi desideriamo che ci vengano riproposti una puntata dopo l’altra. Sono la cifra stilistica della serie, una pausa di riflessione tra la routine delle indagini dell’FBI e i dialoghi verbosi tra psichiatra e paziente, solleticano il sadismo che probabilmente si nasconde in ognuno di noi. Non è divertente vedere come si fa un ossobuco di gamba o una salsiccia di rene umano?

5) La fotografia, il montaggio e quindi la regia (cioè la produzione che coordina i vari professionisti) ostentano narcisismo, certo, ma non sono gratuiti: un po’ di auto-compiacimento non guasta quando le scelte paiono giustificate. La predilezione di una luce che imita quella naturale soprattutto nei luoghi più bui, l’uso delle ombre sui volti degli attori, le allucinazioni e gli a parte l’ossessione per il dettaglio, il montaggio che si fa saltare tra prima e dopo, reale e immaginario, i dialoghi che talvolta sono filosofia spicciola ma che rivelano, sibillini, sempre qualcosa sui personaggi che li pronunciano: ecco perché non possiamo perderci Hannibal.

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