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Dragon Trainer – Chris Sanders e Dean DeBlois, 2010 – Recensione

Dreamworks: sono quelli di Shrek. Pixar: sono quelli di Toy Story e Up, per intenderci, e di tutto l’universo di valori disneyiani, nel bene e nel male. Può succedere che se non si aggiungono i titoli di testa di un film non si noti (quasi) la differenza, e non solo per lo strapotere della computer-generated imagery ma anche perché l’ironia e lo spirito dissacrante à la Dreamworks si smorza e lascia più spazio ai sentimenti romantici e un po’ strappalacrime, appunto disneyiani.

Dragon Trainer (How to train your dragon), anche per merito delle persone che ci hanno lavorato e dei loro trascorsi su entrambe le sponde – è un esempio virtuoso di tutto ciò, un ibrido che non rinuncia al gusto dell’omologazione tecnologica né alla costruzione di una sceneggiatura solida, talvolta frivola – quando se lo può permettere – e più spesso abile a raccontare uno tra i pochi veri protagonisti di un cartone animato: un adolescente che cerca la propria identità in un mondo che non gli somiglia ma che, alla fine, riesce a fare della sua diversità una virtù.

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Hiccup, infatti, è un vichingo ma a dispetto delle apparenze rozze e crudeli che i suoi concittadini amano ostentare bonariamente, non vuole diventare un guerriero. Non gli piace uccidere i draghi che periodicamente attaccano il villaggio, è mingherlino, buono e un po’ fifone. Quando tutti i coetanei cominciano l’allenamento per imparare a tener testa a un drago, le sue debolezze vengono accentuate e derise dai compagni. Ogni adolescente emarginato, però, ha una speranza di riscatto e Hiccup la traduce in azione quando, dopo aver accidentalmente colpito un drago (!) non ha la forza di finirlo. Lo libera, invece, dando vita a un’amicizia che sarà il motivo di tutte le svolte narrative future.

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Esperienza contro regole da manuale, astuzia e un pizzico di matematica contro la forza bruta, perseveranza contro pregiudizi: Dragon Trainer promuove questi valori, che permettono a un ragazzo, considerato senza alcuna speranza di integrarsi nella società, di cambiarla dall’interno, recuperando la fiducia in se stesso. Una battuta in particolare riassume icasticamente lo spirito del racconto: “Non l’ho ucciso perché era spaventato, ho rivisto me stesso in lui”. Accettare i propri difetti e riconoscere quelli degli altri, provando insieme a sommarli e generare un pregio: ecco cosa può insegnarci Dragon Trainer.

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