Heart of the sea – Le origini di Moby Dick, Ron Howard, 2015 – Recensione

Sorgente: Cinema4stelle

La storia di Moby Dick è un pezzetto di epica nordamericana e un racconto ormai senza tempo, che continua a emanare il fascino delle avventure per mare e del pericolo ma anche dell’adrenalina che generano. Ron Howard decide di raccontare la cronaca che ha ispirato il romanzo di Hermann Melville e fa di Heart of the sea – Le origini di Moby Dick una meta-narrazione, che comincia e si conclude in un dialogo proprio tra lo scrittore americano e il più giovane membro di quell’equipaggio, ormai imbolsito e incanutito, Thomas Nickerson.

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Non sono troppe le differenze tra la realtà e la sua versione romanzata tranne un dettaglio fondamentale: quello che nel libro sarebbe diventato il capitano Achab è rappresentato da due personalità in conflitto, dal quale dipenderanno – in parte – le sorti dell’Essex, la nave sulla quale sono in viaggio. Il vice-capitano Chase (Chris Hemsworth) e il capitano Pollard (Benjamin Walker), costretti a convivere forzatamente per mesi, perseguono lo stesso fine con mezzi diversi: la passione per uno, il prestigio per l’altro, ma quello che conta è raccogliere quanto più olio di balena possibile. L’Essex si spinge sempre più a largo finché l’equipaggio non viene a conoscenza di quella che sembra solo una leggenda: una gigantesca balena bianca avrebbe attaccato un’altra nave e ucciso sei uomini. Da quel momento l’obiettivo cambia: non solo l’olio ma la sfida con quel mostro diventa il chiodo fisso di Chase e Pollard.

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Heart of the sea è realizzato in 3D, tecnica suggestiva che però aggiunge davvero poco alla suspense (solo un po’ di legittima claustrofobia) e che non è il motivo per cui questo è un buon film, salvo qualche sbavatura retorica e sentimentalistica. È la lotta uomo-animale, sopravvivenza-orgoglio a fare da padrone, uno scontro quasi perenne che mette di fronte comandante e comandato e che cavalca archetipi frequentati dallo stesso Howard (basti ricordare Apollo 13, tra gli altri) e dall’epica occidentale. Una narrazione high-concept, classicamente hollywoodiana, che gode dei pregi del genere – grande pubblico come destinatario, emozioni forti ed empatia garantita – ma anche dei difetti, per fortuna in minoranza: qualche gingillo di troppo (le inquadrature a fil di corde e alberi maestri) che, comunque, vale il prezzo del biglietto.

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