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A testa alta – Emmanuelle Bercot, 2015

Non avrebbe mai immaginato di riuscire ad affrontare le proprie insicurezze a testa alta, Malony, abbandonato per la prima volta dalla madre quando aveva sei anni. È sorprendente, però, come sia riuscito a non odiarla e a riversare invece tutta la sua rabbia contro il resto del mondo, che disprezza a prescindere e senza distinzioni. I suoi passatempi preferiti sono il furto d’auto e la guida pericolosa, talenti che la stessa madre sembra apprezzare.

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Si direbbe un ragazzo destinato a non crescere, Malony (l’esordiente Rod Paradot), poiché la sua condotta non cambia nemmeno dopo i consigli, gli avvertimenti e le minacce del giudice minorile e dell’assistente sociale, rispettivamente interpretati da Catherine Deneuve e Benoît Magimel. Non sono loro i detonatori di cui ha bisogno, nonostante che in alcuni momenti di lucidità Malony riconosca tutta la pazienza che gli stiano concedendo. Quello che gli serve davvero è l’affetto e la comprensione di qualcuno che gli somigli il più possibile: un altro pesce fuor d’acqua con cui condividere la propria difficoltà a rispettare le regole e imparare, per prima cosa, a rispettare se stesso.

Tess (Diane Rouxel), la ragazza che ricopre questa funzione, è il vero motivo che spinge Malony a dominarsi, a provarci, ma il difetto principale è proprio che il personaggio rimane solo un pretesto. Tess è poco presente sulla scena – non solo fisicamente – e gli incontri con Malony, sebbene siano intensi e rappresentino i soli momenti in cui lui riesce a dimenticarsi di sé, non giustificano il mutamento così repentino che avviene in lui. A cosa sono valsi i litigi con l’assistente sociale e i compagni dei vari istituti, gli insulti al giudice o le manette se tutto scompare in pochi minuti, come se un burattinaio intransigente decidesse che direzione deve prendere il racconto?

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Si tratta di un difetto che sporca un racconto efficace, quando si tratta di descrivere un personaggio e tracciare le premesse del suo sviluppo, ma non altrettanto pronto nel seguirne un’evoluzione credibile. Non è il finale a non convincere, ma solo il percorso attraverso il quale ci si arriva, che sminuisce l’incisività con cui la regista, Emmanuelle Bercot, aveva raffigurato il disagio di chi raramente riesce a camminare a testa alta.

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