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Tutto può accadere a Broadway – Peter Bogdanovich, 2015

Storie cinefile tinte di un discreto gusto retrò sono due elementi ricorrenti nei film di Peter Bogdanovich e Tutto può accadere a Broadway (She’s funny that way) non fa eccezione. Mettiamo però da parte la passione per la citazione e tutto ciò che ricorda il cinema degli anni ’50 e ’60 per capire se, al netto della sceneggiatura, l’ultimo lavoro del regista americano funziona.

Protagonista di questa storia – se ne potrebbe scegliere più di uno – è Izzy (Imogen Poots), una squillo che sogna di fare l’attrice. Un giorno incontra un uomo in una delle tante camere d’albergo che deve aver frequentato e crede che vivrà una serata anonima come le altre.  Arnolod, però – l’uomo che incontra e che si fa chiamare Derek – le dà trentamila dollari e le dice: smettila con questa vita, insegui il tuo sogno (un copione che gli piace ripetere spesso). Izzy lo ascolta e poco tempo dopo riesce a ottenere il suo primo ruolo in una produzione teatrale importante: reciterà la parte della… squillo. Il regista, coincidenza madre del film, è proprio Derek/Arnold (Owen Wilson), da quel momento obbligato a portare avanti una messinscena dopo l’altra per non farsi scoprire da sua moglie. Che è anche la co-protagonista dello spettacolo che lui dirige, Squirrel to the nuts.

Proprio la coincidenza, l’incontro fortuito con la persona giusta nel posto sbagliato o viceversa, è la cifra stilistica di Tutto può accadere a Broadway. C’è una sequenza – peccato sia solo una – in cui tutti i personaggi e attori danno il meglio di sé: il momento in cui, ritrovatisi per caso nello stesso ristorante, scoprono cosa realmente li lega l’un l’altro. Dopo questa rivelazione, la storia continua a svolgersi a un ritmo vivace – è raccontata in flashback da Izzy mentre si fa intervistare da una giornalista – ma le buone intenzioni di costruire una screwball comedy non sempre si realizzano. Solo quando si spende più tempo sul palcoscenico, dove i personaggi diventano essi stessi attori, possiamo goderci quello che Bogdanovich riesce a raccontare senza didascalismi: il teatro, il cinema, la recitazione tout court sono uno specchio della vita reale, una valvola di sfogo per le sue frustrazioni e forse anche un rimedio – ma solo temporaneo. Ridiamo, ci commuoviamo anche un po’ ma rimaniamo perplessi perché sentiamo che manca qualcosa, che il finale è posticcio e che troppo spesso il film, sin dalla traduzione italiana del titolo, assomiglia pericolosamente a un film di Woody Allen. Senza avere quell’ironia cattiva e senza nemmeno la malinconia che, invece, trasmettono i migliori film di Bogdanovich.

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