The Wolfpack. Il Branco – Crystal Moselle, 2015

Il cinema può salvarti la vita. Quando è l’unico contatto che hai con il mondo esterno, l’unica testimonianza che esiste un mondo esterno, è necessario. È il leitmotiv di The Wolfpack – Il branco, documentario che racconta l’esistenza di una famiglia insolita, in cui nessuno degli otto figli – ciascuno chiamato col nome di un personaggio della tradizione Hare Krishna – può uscire di casa. Non sanno che cosa vuol dire calpestare l’asfalto, fermarsi a un semaforo, guardare il sole dritto in faccia e dover subito distogliere gli occhi per non bruciarseli. È la filosofia dei genitori, anzi, del padre più che della madre, docile e sottomessa: tenere i propri pargoli a riparo dalla società, dalla crudeltà della gente, dalla campagna e dall’aria buona che in città non potrebbero respirare.

Ma non si riesce a provare rabbia per questi due individui, anche se risulta comunque difficile comprendere i motivi della loro reciproca attrazione. È la pietà il sentimento più forte, per la loro scelta di vita certamente coraggiosa ma della quale non hanno ponderato le conseguenze. La sola cosa che ha preservato i ragazzi dal crescere come dei sociopatici è il fatto che fossero in tanti e che potessero mettere in scena una realtà alternativa alla loro prigione: e quindi torniamo al cinema, quel “lucernario dell’infinito” (Noël Burch) che ha permesso loro di conoscersi a fondo, di trascorrere molto – troppo – tempo soli con se stessi. E anche di farsi una cultura cinefila di tutto rispetto. “Abbiamo più di cinquemila film tra VHS e DVD” racconta il fratello maggiore, quello che dopo aver guardato un film lo rivede carta e penna alla mano per segnarsi tutte le battute e riscriverle a macchina, e poi distribuirle agli altri fratelli per recitare tutti insieme. E travestirsi, fabbricare con quello che trovano in casa ogni sorta di oggetto di scena. Ma sono tutti modi per esorcizzare tristezza e solitudine fino a quando, finalmente, arriva il vero turning point delle loro vite: varcare la porta d’ingresso.

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Quando pensiamo a un documentario, una serie di domande contrastanti ci assale: sarà noioso? Troppo lungo? Sarà abbastanza verosimile? Se il regista riesce a combinare gli elementi che ha di fronte – la materia prima, le storie che i protagonisti hanno deciso di condividere – con un buon lavoro di montaggio video e sonoro, allora siamo di fronte a un buon documentario, com’è The Wolfpack. Crystal Moselle, esordiente alla regia ma non nuova a ciò che concerne la fotografia di un film, entra con discrezione in una casa dove nessuno – polizia esclusa – era entrato prima, ed è capace di tirare fuori il meglio dalle vicende che ognuno dei fratelli Angulo e dei loro genitori le confidano, senza dimenticarsi del peggio.

Il modo in cui questo peggio viene fuori, maieuticamente, esclude il giudizio dall’esterno perché sono gli stessi personaggi a riflettere sulla loro condizione, serenamente. Andare in un luogo sconosciuto senza pregiudizi e costruire una narrazione senza tradire le proprie fonti: ecco come si fa un documentario, un’inchiesta, un reportage. E poi, come accennato il precedenza, giova inglobare nel progetto tutto quello che può starci bene: tanto materiale di repertorio, come i filmini di famiglia, le loro recite, la prima delle quali – in testa al film – ripropone alcuni momenti delle Iene di Tarantino.

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The Wolfpack accompagna i suoi attori in un già intrapreso percorso di guarigione, oseremmo definirlo, che passa anche attraverso tante pillole di cinema.

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