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Suburra – Stefano Sollima, 2014

Ci hanno spiegato che, nella Roma di circa 2000 anni fa, la Suburra indicava le peggio zone della città: i luoghi dei piaceri più nascosti e i teatri degli affari più sporchi tra politica e criminalità organizzata – termini da scambiare a piacimento. Poi ci siamo evoluti, l’Impero è crollato ma la Suburra no: ha cambiato forma, nome, ha accompagnato e condizionato la storia sociale, politica e tecnologica di questi 2000 anni e ce la ritroviamo tra i piedi anche oggi. Anzi, forse siamo noi onesti a essere parassiti, a metterle sporadicamente i bastoni tra le ruote senza riuscire mai a fermarla. Viene da chiedersi se tutto questo male programmato sia il Primo Mobile della società o se ne sia un freno ma potremo rispondere a questa domanda solo quando l’avremo sradicato completamente. Ma poi cosa racconteremmo al cinema e nel prime time delle pay-tv?

Nel 1992, per restare in tema di pay-tv, ci avevamo provato senza successo. Tra il 2014 e il 2015 altri scandali – l’epopea di Mafia Capitale – ci hanno dato la conferma che non siamo in grado di farlo, ed è una curiosa coincidenza che quell’affaire sia esploso proprio durante le riprese di Suburra. Un’ingiustizia, una concorrenza sleale, una gara a chi la racconta più grossa. Vince Mafia Capitale ed è un complimento per Suburra: vuol dire che, pur nell’atmosfera carica di retorica criminale che imbeveva, appunto, anche Romanzo Criminale – che non disturba per niente – questo film mantiene un certo distacco nei confronti dei suoi personaggi, non giudica nessuno ma ci mostra semplicemente cosa succede quando entri a contatto con certa gente. Nessuno è buono, nessuno si salva: le azioni che ognuno compie hanno sempre un secondo fine. Soldi, gloria, influenza politica, voglia di rivalsa. E tutto è raccontato come fosse una scala a chiocciola, tutto il sistema si ripiega lentamente su se stesso: i personaggi sono votati alla continua autodistruzione e lo sanno, immaginano cosa potrebbe succedere loro. Quello che non possono prevedere è chi, in particolare, sarà il loro carnefice: un merito da ascrivere al romanzo di partenza, scritto da Giancarlo De Cataldo e Claudio Bonini, sceneggiato con loro da Sandro Petraglia e Stefano Rulli (la loro filmografia, soprattutto come sceneggiatori, parla per loro). Senza tralasciare Stefano Sollima, garante del progetto e responsabile ultimo del tono del racconto, così vicino alle sue serie Romanzo Criminale (ancora) e Gomorra.

Nel complesso e soprattutto nel dettaglio ritroviamo quella cappa di oscurità e immoralità che condiziona tutte le scelte dei personaggi. Dalla fotografia (Paolo Carnera) che esalta le luci perpendicolari e le ombre sui volti dei personaggi alla pioggia notturna, co-protagonista di molti tra i momenti cruciali del film; dai primissimi piani e dettagli raffinati e sporcati dalla camera a mano alle urla incomprensibili e sottotitolate degli “zingari de mmerda” (cit. vari personaggi del film). Agli attori, infine, molti dei quali noti anche al cosiddetto “grande pubblico” – Favino, Germano, Amendola – ma anche altri che gravitano nell’orbita Cattleya-Sollima, come Greta Scarano e Alessandro Borghi. Proprio con Cattleya, infatti, è iniziato un processo di rinascita della narrativa audiovisiva italiana, popolata oltre che dalle suddette Romanzo Criminale e Gomorra anche da 1992 e Non uccidere, per esempio. Per quanto sia circoscritto al crime, allora, questo nuovo corso è evidente e speriamo solido, memore del genere che ha diffuso nel mondo l’Itaila dei poliziotteschi anni ’70 (vedi anche Sergio Sollima, padre di Stefano) e quella delle prime Piovre, di Cattani/Placido e sceneggiate dagli stessi Rulli e Petraglia. Non è una coincidenza, allora, che Suburra sia un ottimo film.

P.s.: affermare che in Suburra vincono i deboli può sembrare un’affermazione fuori luogo. Chiediamoci, però, dopo aver visto il film: chi è rimasto vivo tra tutti i personaggi? Chi è riuscito a sopravvivere – ma per quanto tempo ci riuscirà ancora- tra la violenza programmata, gli inciuci politici e la retorica del “pijamose tutta Roma”, mantra esplicito di Romanzo Criminale e comandamento non meno nascosto di Suburra?

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