reversal_locandina_recensione

Reversal. La fuga è solo l’inizio – J.M. Cravioto, 2015

Non sapremo mai sul serio se questo Reversal – La fuga è solo l’inizio, girato in poche settimane, avesse davvero l’intenzione di sacrificare senza troppi rimorsi una storia – in potenza avvincente – su un altare di sangue e svolte narrative improbabili o, nel migliore dei casi, poco convincenti. Riconosciamo però che almeno un paio di momenti valgono il prezzo del biglietto, per chi lo pagherà: la sequenza iniziale e quella finale. Non più di 15 minuti a fronte di una pellicola di 80, che comunque ha poco a che vedere con David Fincher – al quale il regista dice di essere stato paragonato.
Spieghiamo allora perché questo paragone è poco pertinente. I thriller di David Fincher, Se7en e Zodiac in particolare, sostengono le loro premesse con una sceneggiatura solida che sa sempre dove va a parare: scoprire un mistero, un assassino, piazzando prove che col senno di poi non potevano che condurre a quel finale. Come suggerisce da qualche secolo la drammaturgia secondo Aristotele. Anche nei casi meno entusiasmanti e prevedibili, come Panic Room, c’è una storia, un progetto. Reversal, invece, parte da una buona premessa – che succede se l’incazzatura di una vittima giunge a un punto di non ritorno? – che non si ritrova nel carattere della protagonista, spesso in contraddizione con se stessa – ma la contraddizione non è il tema del film. Anche l’antagonista non è tridimensionale. Capiamo che è un bugiardo perché sappiamo come funzionano certi thriller/horror, ma non possiamo sopportare le scuse miserrime che erige per ingannare la protagonista, allo stesso tempo tanto scaltra da riuscire a liberarsi e tanto ingenua da lasciarsi commuovere. Si potrebbe obiettare: la colonna portante del film è una vendetta che supera anche gli scrupoli residui di quella che era una brava persona. Si potrebbe obiettarlo, certo, ma rimane sempre il dubbio che sia un alibi, una soluzione di comodo per non sviscerare davvero emozioni e ragioni di ciascun personaggio.
Un racconto più coerente e avvincente avrebbe dato giustizia all’uso della macchina da presa e del montaggio cui assistiamo: non troppo diverso dai canoni del genere ma comunque sicuro, segno di una buona confidenza tecnica con cinepresa e post-produzione.

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