sinister-2-recensione-locandina

Sinister 2 – Ciaràn Foy, 2015

Il collegamento principale tra Sinister 2 e l’episodio che precede questa pellicola è nel personaggio del vicesceriffo, amico del defunto Ellison Oswalt (Ethan Hawke), che cerca di risolvere il mistero che proprio Oswalt aveva scoperchiato: una serie di filmini terrificanti, scoperti nella casa in cui abitava, avevano infestato la sua vita e quella della sua famiglia. Una serie analoga di super 8 disturba i sogni prima la veglia poi di due fratelli, appena affidati alla madre dopo la separazione dal marito violento e trasferitisi in una casa disabitata da tempo. La stessa casa che il vicesceriffo era sul punto di bruciare, sperando di mettere fine alle storie di morte che quei filmini raccapriccianti raccontano. Come fare a convincere Courtney, la madre dei due fratelli, che quella casa è infestata, visto che non sembra tanto propensa a credere ai fantasmi? Una risposta c’è: simpatizzare con il figlio più sensibile e introverso, Dylan – vittima scelta dagli spiriti che infestano l’edificio – e tentare di prevenire il ripetersi di una tragedia.

Proviamo a capire perché Sinister 2 si lascia guardare senza però terrorizzarci quanto desidereremmo (o temeremmo). Ve lo immaginate un horror senza musica e senza effetti sonori? Quello che realmente succede quanto scendiamo in una cantina buia e seccata dal tempo trascorso alla polvere? Ecco. Non è mai troppo difficile, allora, immaginare quando il flash, la faccia del demone farà capolino davanti a noi: spaventandoci anche, certo, ma non tanto diversamente da quello che ci aspetteremmo. La croce e la delizia dell’horror è proprio questa: non è arduo spaventare qualcuno. La difficoltà consiste nello spaventarlo a lungo, “per sempre…”. Tornando al presente, Sinister 2 si lascia guardare perché non esagera, si affida a una buona svolta narrativa che modifica l’andamento della terza parte del film e gioca con un sottotesto interessante: i rapporti di potere che si creano in una famiglia dove nessuno ha il coraggio di ribellarsi alle violenze del “capo”.

L’aspetto più interessante, però, è la riflessione nemmeno troppo implicita sul ruolo della macchina da presa e in generale degli strumenti per registrare voci e immagini: fissare qualcosa sulla pellicola (notiamo che si parla solo di supporti analogici, come se il digitale non fosse ancora pronto per contenere le paure umane) equivale a renderla immortale e quindi a ucciderla, tanto che non si capisce più se l’atto più spregevole sia causare la morte o riprenderla. Proprio come succedeva con L’occhio che uccide (Peeping Tom, Michael Powell, 1960), tra i primi esempi di voyeurismo meccanico assassino.

Commenti? :)

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...