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Boulevard – Dito Montiel, 2014

Un gay represso, che avrebbe voluto rivelarsi a 12 anni ma che è arrivato a 60 senza riuscirci, vive una relazione clandestina con un prostituto (uso questo termine per par condicio). Ci si affeziona ma c’è sempre un nodo? Rivelare alla moglie la sua natura e confermare quello che forse lei già intuisce ma che non vuole vedere, finchè non ci sbatte la testa contro?

Sarà una sintesi brutale ma è quella che ci vuole per descrivere una storia un po’ crudele, raccontata certo con modi molto delicati e attraverso una struggente interpretazione di Robin Williams, ma comunque molto dura. In un momento storico in cui sentiamo parlare spesso con superficialità degli omosessuali e dei loro diritti concreti, o in cui associamo al termine soltanto persone giovani e politicamente impegnate, questa storia fa luce su un dramma che forse molti altri gay vivono: l’incapacità di rivelarsi agli altri, qualsiasi motivo si nasconda dietro questa (non) scelta, anche quando non sono più nel fiore degli anni. Una condizione che, con un parallelo pindarico, potrebbe essere accostata a cos’era la separazione in casa tra coppie eterosessuali prima che il divorzio diventasse legale (non diciamo socialmente accettato perché, nei Paesi ancora troppo cattolici l’opinione pubblica continua a giudicare le legittime scelte delle persone senza capirle). Meglio fingere e sedersi su una noiosa e falsa serenità, che può anche uccidere la nostra identità, o correre il rischio di perdere un affetto ma rimanere a galla, potersi guardare allo specchio e dire “ora sono libero?”.

Noi celiamo la risposta, che solo chi vedrà il film fino in fondo scoprirà, ma possiamo aggiungere che il modo in cui il protagonista ci arriva è molto naturale: nessuna forzatura in sceneggiatura. Le sue manie, le sue bugie rivelatrici, quei dettagli apparentemente inspiegabili e ambigui ma in realtà chiarissimi, sono tutti al posto giusto. E sono affidati alla voce e soprattutto alla mimica, alla prossemica di un grande attore – una volta tanto, è lecito usare un aggettivo generico e abusato per indicare la bravura di un professionista.

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