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La regola del gioco (Kill the messenger) – Michael Cuesta, 2015

Quando un giornalista fa il suo mestiere, onestamente, è improbabile che abbia una vita professionale facile e una vita privata tranquilla. Gary Webb (Jeremy Renner), cronista di una testata locale, riceve una soffiata dalla moglie di un trafficante di droga e comincia a scavare nel passato delle persone coinvolte nei suoi affari. Scava e scava finchè scopre che, sinteticamente (sic), il governo degli Stati Uniti ha intrattenuto stretti rapporti con la guerriglia del Nicaragua, comprando una quantità spropositata di droga per poi vendere loro delle armi con le quali sostenere la loro crociata contro il governo filo-sovietico. Superfluo specificare che dopo i complimenti dei suoi colleghi e superiori; dopo le interviste in tv e le pubbliche dichiarazioni di affetto e i complimenti posticci di chicchessia, Gary entra in un Malestrom che lo risucchia sempre più forte. Ma non nel modo che potremmo pensare.

Il governo e la CIA tentano di ostacolarlo, di minacciarlo, ma quello che questo adattamento cinematografico racconta – La regola del gioco, titolo italiano maldestro e citazione involontaria di un classico di qualche decennio fa – è solo poco più insolito. Webb perde credibilità perché alcuni grandi giornali nazionali, dal Washington Post al Los Angeles Times, mettono in modo quella macchina del fango tanto cara al Giornale di Sallusti, per esempio. Loro hanno bucato quella notizia e quindi non possono tollerare che sia vera, che esista. Gary perde il conforto della sua famiglia, che già vacillava per altri motivi, e quasi smarrisce la fiducia in se stesso. Ma un giornalista che fa il suo mestiere, onestamente, riesce sempre a non fermarsi e a mantenere la sua integrità. “Ho cominciato la mia carriera scrivendo di un cane che doveva morire e che non è più morto, l’ho conclusa dicendo di un cavallo morto di stitichezza”. Nel mezzo della carriera di Webb, però, c’è stata anche la ricerca della notizia vera, dello scoop non come accalappia-lettori ma come servizio pubblico sincero, ricerca compulsiva e disordinata della verità ben esemplificata dal montaggio del film, meritevole di una menzione perché metafora della professione giornalistica: mettere insieme dei pezzi che da soli non avrebbero molto senso ma che acquisiscono valore grazie alla contiguità con altri elementi.

Non è solo il montaggio quello che fa di Kill the messenger un buon film: c’è anche la sceneggiatura, seppure parta da un argomento che nuovo non è. Chi non conosce Tutti gli uomini del presidente? Il tempismo con cui si susseguono le principali svolte narrative e l’equilibrio con cui si mescolano vicende personali e professionali rendono la parabola di Gary credibile e avvincente, regalandoci un finale pieno di amarezza. Come dev’essere, per sporcare la retorica vuota e ipocrita del giornalismo che si professa servizio ma che è solo servilismo pubblico.

Ecco l’articolo su Cinema4stelle.

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